A Nordest siamo specialisti in soluzioni su misura

«Lo vedi quel robot? È appena uscito dalla produzione: è bellissimo ma ancora non sa far nulla». Sono queste le parole usate dall’ingegnere che mi accompagna nella visita agli impianti di Comau a Grugliasco, in provincia di Torino. Naturalmente non intendeva sminuire il lavoro dell’azienda dove opera, ma voleva porre l’accento su un aspetto spesso sottovalutato quando si parla di tecnologia 4.0. Per essere davvero efficaci, i robot hanno bisogno di essere modificati e programmati per quella che sarà la specifica attività che andranno a svolgere all’interno della produzione.


Per raggiungere l’obiettivo è necessario avere un mix di competenze molto particolare: conoscere la meccanica per progettare la pinza (la mano del braccio robotico), saper programmare il software per dare le istruzioni corrette al robot sulle attività da fare, e conoscere nel dettaglio i processi manifatturieri per poi integrare effettivamente il robot in produzione.


Questo lavoro, in gergo chiamato System Integration, non è svolto dal produttore del robot, ma da società terze specializzate in questo tipo di servizio. Gli esperti del settore sanno che in Italia ci sono i migliori System Integrator al mondo. Il motivo? La grande varietà manifatturiera del nostro Paese che ha portato le imprese del mondo dei servizi a doversi adattare a contesti produttivi sempre diversi. Le forti specializzazioni manifatturiere tipiche dei distretti sono state un banco di prova molto importante per i nostri System Integrator, che hanno così imparato a confrontarsi con problemi sempre nuovi.


Stefano Bisognin, fondatore di Essebi Automation a Vicenza e con un diploma all’Itis Rossi in tasca, è un esempio emblematico. «Noi siamo un po’ come dei sarti: costruiamo soluzioni su misura per i nostri clienti». Quando ho visitato l’azienda, Bisognin mi ha mostrato una macchina che stavano realizzando. Ci lavorano da oltre un anno: ci sono voluti sei mesi solo per la progettazione. La grande macchina prevede una combinazione originale tra diversi robot e macchine a controllo numerico. Non tutti i progetti hanno questo livello di complessità ma l’approccio rimane lo stesso: lavorare con una logica artigianale per realizzare delle soluzioni specifiche per ogni azienda. Dal confronto con i clienti nascono spesso nuove idee, come nel caso di una pinza molto particolare che Bisognin ha realizzato per prendere delicatamente gli occhiali e riporli negli astucci. Di necessità, virtù, quindi. Non potendo sfruttare le economie di scala e quindi replicare più volte la stessa “soluzione”, le imprese dei servizi 4.0 sono diventate bravissime nell’inventarsi ogni volta una soluzione diversa. Da qui nasce quella creatività particolarmente apprezzata a livello internazionale. Non si tratta di una valutazione accademica, un numero crescente di queste aziende è oggi entrato nell’orbita di imprese multinazionali che sono venute in Italia a comprare know-how.


È il caso, ad esempio, del Gruppo Evolut, System Integrator con sedi a Brescia e a Musile di Piave, oggi entrato nell’orbita di Efort, uno dei più importanti produttori cinesi di robot. Grazie anche al piano del governo sull’Industria 4.0, si è giustamente parlato molto di come le nostre imprese manifatturiere stanno affrontando la rivoluzione tecnologica. Si è parlato invece meno del ruolo che il nostro terziario più innovativo può e deve giocare in questo processo di trasformazione.


Ci sono almeno tre ragioni che ci spingono a considerare con attenzione il contributo che i servizi possono dare al 4.0. La prima riguarda l’applicazione di queste tecnologie alla realtà delle nostre aziende manifatturiere. Come mette in luce la ricerca condotta dal Laboratorio Manifattura Digitale del Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” dell’Università di Padova, il 64,5% delle aziende che hanno adottato soluzioni 4.0 lo hanno fatto selezionando come partner i fornitori di tecnologia e servizi. L’università (8.5%) e i centri di trasferimento tecnologico (2,1%) hanno un ruolo ancora marginale che solo la nascita del nuovo Competence Center (il progetto per l’Industria 4.0 che sarà sviluppato dagli atenei del Nordest) potrà modificare. La possibilità di accedere a un’offerta di servizi di prossimità non è solo un’esigenza culturale ma risponde alla necessità di una forte personalizzazione delle soluzioni. Nella ricerca, si sottolinea che il 72% delle aziende ha chiesto soluzioni 4.0 non standard ma pensate sulle caratteristiche dell’impresa. Un “su misura” a livello di hardware, software e di integrazione con i macchinari esistenti in azienda. Le nostre imprese quindi hanno bisogno che i grandi trend tecnologici mondiali (Intelligenza Artificiale, Big Data, IoT, ecc.) siano declinati tenendo conto delle specificità del prodotto e del business aziendale.


La seconda ragione riguarda l’innovazione (incrementale). Come molte ricerche a livello nazionale e internazionale hanno dimostrato, l’incontro tra imprese manifatturiere e dei servizi conduce alla scoperta di soluzioni tecnologiche/applicative originali. Magari non sono quelle innovazioni radicali che molti si attendono ma rappresentano un know-how importante, come dimostra l’esempio del sistema di picking degli occhiali di Essebi Automation. Manifattura e servizi vanno considerati come settori complementari e non più alternativi, dove l’uno rafforza l’altro.


La terza ragione è legata alla crescente sovrapposizione tra prodotto e servizio. Proprio la diffusione del digitale rende questo confine più labile. Utilizzando il 4.0, le nostre imprese stanno imparando ad arricchire il prodotto con servizi ad alto valore aggiunto. Come ad esempio Del Brenta, un tacchificio della Riviera del Brenta, che oggi vende il servizio di progettazione e prototipazione in modo indipendente dalla produzione del tacco. Spesso nelle analisi economiche, manifattura e servizi vengono analizzati in modo separato rendendo difficile capire il contributo che ad esempio i servizi danno alla crescita di produttività delle imprese manifatturiere.
La crescente interdipendenza tra questi due settori deve far riflettere. Invece di provare a replicare in Italia una nostra improbabile Silicon Valley, dovremmo guardare a questo mix originale tra manifattura e servizi come a un asset sul quale investire per accrescere la nostra competitività. Quell’ecosistema dell’innovazione di cui spesso si lamenta la mancanza in Italia potrebbe iniziare a svilupparsi proprio da qui. Marco Bettiol
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