Start up e droni: coltivare i campi diventa "smart"

Lo scenario generale è difficile, ma in agricoltura si affaccia una generazione che scommette su tecnologie e ambiente

Laggiù, tra i campi giallo-verde e le bianche cascine, si alzano neri e silenziosi i droni di ultima generazione. Li pilotano giovani contadini che, al posto della vanga che stringevano i loro nonni, hanno in mano il joystick di comando dei velivoli. Mappano il terreno in vista della semina, dall’alto scattano foto per capire quanta acqua serve per l'irrigazione. A terra intanto i lavoranti ammassano i “tradizionali” covoni di grano: il prodotto però è tutto nuovo, o meglio, è il ritorno alla farina antica, “millesimata”, macinata a pietra, ricca di proteine e poco glutine. Accanto, sulle colline cresce l'ulivo simbolo del Mezzogiorno che si affianca ai tradizionali vitigni, e spuntano anche cultivar di varietà esotiche: carcadè, arachidi, melanzane amare. La raccolta richiede ancora il sudore della fronte e lo sferragliare delle macchine agricole, ma ci sono i software sviluppati da startup innovative per ottimizzare i processi, e gli ordini di vendita vengono presi online.
Mondo antico, tanti under 20
Ecco come cambia il paesaggio rurale: un mondo antico che oggi si popola di nuovi protagonisti, tanti under 40 che tornano alla terra e ai pascoli, nuovi prodotti e nuovi strumenti per coltivarli. Perché l’agricoltura vuole smettere i panni di cenerentola dell’economia a cui è stata relegata a partire dal Dopoguerra in poi. Il cammino, va detto, è in salita. Il fatturato nazionale generato dai campi è di tutto rispetto: pari a 32 miliardi di euro, rappresenta appena il 2,2% del Pil italiano. Il settore ha retto meglio di altri ai venti di crisi, ma i prezzi dei prodotti agricoli seguono un cammino al ribasso che costringe le imprese a dipendere dagli aiuti europei. E la stampella dei fondi pubblici non sempre è sufficiente. Tanto che molte imprese chiudono i battenti e i campi vengono abbandonati. E sono fenomeni che segnano la vita dei campi in tutto il paese e anche nel Nordest. Il Veneto è tra i principali granai agricoli d'Italia con 5,5 miliardi di euro di ricavi generati dall'agricoltura. Nel 2016 il fatturato regionale del comparto è sceso ancora, di circa lo 0,5% rispetto l'anno precedente. Eppure, secondo i dati forniti da Veneto Agricoltura la produzione è aumentata del 4,4%. Più lavoro, più volumi ma meno incassi e margini, quando ci sono, risicatissimi. Insomma tanta fatica e sempre meno risultati. Da una parte c'è il cambiamento climatico che stravolge l'attività delle aziende: siccità diffusa innaffiata da precipitazioni scarse di numero ma violente. Dall'altra parte c'è la globalizzazione del commercio che ha reso le colture alla pari di commodity di poco valore sul mercato. Il Veneto è leader in Italia nella produzione di vino, mais, soia, barbabietole da zucchero. Se il vino corre a doppia cifra (13 milioni di ettolitri) le altre coltivazioni soffrono l'andamento negativo dei prezzi. L'anno scorso la regione ha registrato una flessione produttiva del mais a 1,7 milioni di tonnellate (-4%) e del riso (-7%). Negli ultimi 10 anni la superficie coltivata è diminuita del 10%. Giocoforza anche l'occupazione diminuisce: oggi il comparto impiega appena 62 mila persone.

In Friuli Venezia Giulia invece aumenta leggermente la superficie coltivata dalle 14 mila aziende presenti sul territorio. La volatilità dei prezzi c'è per tutti. Ma molti campi in Friuli Venezia Giulia sono stati convertiti, non solo ai vitigni di Ribolla Gialla, tra i vini più venduti in Italia, ma anche alla coltivazione di vegetali per biocombustibili, come il triticale per la produzione di biogas.
Inversione di rotta
In questo panorama rurale arato da tanti segni meno si avverte tuttavia un'inversione di rotta, con un esercito di giovani che torna a popolare i campi portando con sé investimenti in innovazione. Siamo infatti all'alba della stagione dell'agritech. Un'impresa su dieci condotta da under 35, stima la Coldiretti, è in agricoltura. L'anno scorso più di ottomila nuove imprese giovanili sono spuntate nei campi di tutta Italia. Da qui, dal ricambio generazionale e tecnologico, potrebbe arrivare il nuovo corso dell'agricoltura. «L'innovazione è un termine ormai sulla bocca di tutti», dice Giustino Mezzalira, direttore della sezione ricerca e sperimentazione di Veneto Agricoltura. «Ovviamente a noi interessa l’innovazione che guarda in avanti e che aumenta la produttività e riduce i costi e lo spreco di risorse naturali. In altre parole sosteniamo lo sviluppo dell'agricoltura di precisione».
Nelle aziende agricole del Veneto, almeno in quelle più grande, il precision farming è ormai realtà. «Si tratta di imprese che investono in tecnologia informatica e riescono così a mappare i terreni per definire, per esempio, il fertilizzante da usare in base alla potenzialità della terra. Una rivoluzione che fa diventare competitivi molte imprese che non lo erano più». Insomma la meccanica non basta. Servono sensori e intelligenza predittiva. Lo dimostra il caso della startup padovana Ez Lab, appena eletta nell’olimpo della Silicon Valley tra le 10 società agritech più innovative del mondo, e che ha sfornato una piattaforma-software in grado di gestire e rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni provenienti dal campo: dai trattamenti effettuati su ciascun lotto di terreno fino alle quantità di raccolto.
Lavoro duro iniziato da zero
Ma non è solo una questione tecnologica quella che sta riportando i giovani nei campi. Infatti è soprattutto culturale, come dice il caso di Evelin Campestrini e Cristian Manzo, poco più che ventenni ma con idee chiare in testa per condurre il loro gregge di 800 capi tra le montagne del Veneto e del Trentino. Dice Evelin: «Abbiamo iniziato da zero anche se le nostre famiglie hanno sempre lavorato nel business degli allevamenti. È un lavoro duro: la lana si vende poco e basso prezzo, perché oggi va di moda quella merino. I comuni bloccano le strade alla transumanza. E c'è sempre meno superficie per il pascolo, che oggi viene data agli allevamenti di tori per stoccarne i rifiuti. Insomma tutto sembra remare contro e invece troviamo nuovi mercati come quello etnico, vendendo carni per la ristorazione delle feste di fine Ramadan». In Friuli Venezia Giulia compaiono anche lama e alpaca delle Ande, allevati da Stefano Blasarin, 26 anni, e Edoardo Braida, 23 anni, per il ripristino ambientale di aree abbandonate e per la lana. L'impresa è rosa in Friuli con Giulia e Sara Livoni, 21 e 27 anni, che allevano a Trevignano Udinese bovini di pezzata rossa. Ci sono poi i giovani che abbracciano le nuove tecnologie nei campi. Il trevigiano Mattia Mattiuzzo, della ditta agricola Luigi Settimo di Spresiano, 30 ettari di Prosecco Pinot Grigio e Raboso Piave, è tra i promotori dell'iniziativa che ha portato 20 agricoltori veneti, quasi tutti under 40, a prendere la patente di piloti di droni. «Con l'utilizzo di un mezzo Sapr», dice Mattiuzzo, «si riesce a rilevare un cospicuo numero di dati che vengono poi elaborati per interventi in campo più mirati e dettagliati. I dati possono variare da comuni foto aeree per valutare la situazione globale del vigneto, oppure foto a infrarossi per considerare gli aspetti idrici della coltura, foto per valutare la vigoria o la parte sanitaria di ogni singola pianta. Il drone trova oggi già degli utilizzi nel campo della coltura del mais: nella somministrazione di un crittogramma biologico antagonista di alcuni parassiti».
Dall’Africa all’Italia
C'è anche chi all'agricoltura ritorna. Il percorso di Jeanette Bandiane, 41 anni senegalese, è un viaggio che comincia in Africa, dove la sua famiglia coltiva terreno, per proseguire in Italia in una fabbrica di legname. Arriva la crisi e scatta la mobilità. Lei decide di uscire dalle linee produttive e investe la sua liquidazione in cultivar di ortaggi africani: melanzana amara, carcafè, bagigi, peperoncini piccanti. «Quando andavo al mercato», dice Jeanette Bandiane, «mi stupivo nel vedere tanti prodotti agricoli del mio paese che venivano importati dall'estero e allora ho deciso di produrre io stessa». Alberto Zambon invece è partito con tre semi di grano e l'ambizione di sfidare le multinazionale recuperando l'antica tradizione della varietà Timilia, un grano duro ormai dimenticato e originario della Sicilia, coltivandolo sui Colli Euganei.
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