Banca Etruria, il j'accuse di Bankitalia. Anche per il mancato "matrimonio" con BpVi

Notificato a 28 persone, compreso il Cda, il provvedimento sanzionatorio dell'autorità di vigilanza

VICENZA. Un patrimonio pesantemente deteriorato, violazioni bancarie e carenze nella gestione dei rischi, emolumenti ai vertici e stipendi ai manager in eccesso rispetto ai conti in rosso, il "no" all'aggregazione con Popolare di Vicenza: così Bankitalia accusa gli ex vertici di Banca Etruria nel provvedimento sanzionatorio emesso a dicembre 2015 e notificato agli interessati.

I rilievi vengono mossi in una dozzina di punti, a vario titolo, a 28 persone.

Quelli più rilevanti riguardano l'ex presidente Lorenzo Rosi, i due ex vicepresidenti Alfredo Berni e Pierluigi Boschi, e i membri del cda Luciano Nataloni, Claudia Bugno, Andrea Orlandi, Luigi Nannipieri e Claudio Salini.

Bankitalia incolpa i vertici di deterioramento della situazione patrimoniale (col rapporto Tier 1 ridotto a 0,66%), di non corretta gestione dei crediti - per 3 miliardi di crediti deteriorati e 2 miliardi di sofferenze su 7 miliardi di impieghi -, di violazione delle "politiche e prassi di remunerazione e incentivazione nelle banche e nei gruppi bancari".

Gli ispettori hanno riscontrato che su un campione di 103 "sofferenze" le "garanzie consortili non sono attivabili nel 23 per cento dei casi".

Gli ex vertici sono accusati di non essersi ridotti gli emolumenti, di aver continuato a pagare in eccesso i manager e non aver tenuto conto del documento sulle politiche di "remunerazione e incentivazione" approvato dall'assemblea dei soci del maggio 2014 che non consentiva la corresponsione di alcuna forma di incentivazione al personale più rilevante.

Criticato il premio sociale di 2,1 mln distribuito ai dipendenti nel 2013.

Finite sotto attacco anche le consulenze.

Un capitolo è dedicato alla mancata aggregazione con Popolare di Vicenza: Bankitalia accusa gli ex vertici di non aver proposto ai soci di valutare "l'unica offerta giuridicamente rilevante" quella "presentata dalla Banca Popolare di Vicenza di 1 euro per azione estesa al 90 per cento del pacchetto azionario".

Per gli ispettori questo atteggiamento "ha lasciato inevasa la richiesta della Vigilanza di realizzare un processo di integrazione con un partner di elevato standing e non ha portato a tempestive ed efficaci iniziative per una soluzione alternativa".

Viene inoltre evidenziato che sei componenti del cda, tra cui Rosi, Boschi e Nataloni, facevano parte di una "commissione consiliare informale" per valutare la proposta di Vicenza che avrebbe lavorato "in assenza di qualsiasi verbalizzazione" tanto che il cda poi avrebbe "ratificato scelte e decisioni prese in altre sedi".

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