Addio mecenati oggi l’arte vive soltanto di sponsor

C’è un interesse di mercato che invita ad investire non la spinta etico-morale. Un convegno ad Asolo

ASOLO. «L'arte per l'arte» applicata da Philippe Daverio nel suo modo di guardare il mondo e di raccontarlo con gli occhi curiosi di storico dell'arte, docente di architettura e scrittore ospite ad Asolo per presentare il suo ultimo libro “Il museo immaginato” e ieri il convegno “Nuovo mecenatismo e nuova partecipazione” promosso da Asolo International Art Film Festival. Cosa significa investire nel territorio? Con che modalità la cultura può diventare Pil per il nostro paese?

A queste domande Daverio ha risposto dando la propria definizione di mecenatismo: «È doveroso premettere che la società italiana di oggi fa fatica ad afferrare la questione perché non considera l’arte come un valore effettivo. Sono lontani i tempi in cui i mecenati della Roma antica e del Rinascimento, i grandi cardinali oppure gli industriali del 20esimo secolo dedicavano la propria fortuna alla nascita di un museo, di una biblioteca, di un’università». Parla di mecenatismo Daverio, pregando di non confonderlo con la pubblicità o la sponsorizzazione «Sono due mestieri diversi, ben vengano le sponsorizzazioni, ma il mecenatismo è un’altra cosa, è il frutto di una spinta etico morale di ringraziamento agli dei e alla società cui si appartiene. La sponsorizzazione ha invece un ritorno di mercato, non la fanno gli umani ma i prodotti» ed esemplifica «Non è Diego Della Valle che sponsorizza il Colosseo ma le sue scarpe». Rari, se non estinti, i veri mecenati in Italia non esistono più, manca la passione, vero e proprio motore della modernità intesa come progresso umano e manca la spinta disinteressata a investire nell’arte, spiega il critico: «Troppo spesso si ragiona oggi sul do ut des ma Giulio II non si è mai chiesto quanto si potesse guadagnare dalla Cappella Sistina e il magnate John Pierpont Morgan dopo essersi comprato 13 yatchs e anche una biblioteca alla domanda di un altro ricco spaccone americano che gli chiedeva il prezzo dei suoi averi rispose, se te lo chiedi vuol dire che non te lo puoi permettere». Forse inconsapevolmente, o forse no, Philippe Daverio eclettico divulgatore culturale, mai enciclopedico, piuttosto accorto misuratore di secoli ed eventi, ha finito col diventare esso stesso mecenate nel suo libro “Il museo immaginato” dove da autore si trasforma in curatore di uno spazio culturale dedicato al secolo della modernità, l'Ottocento, spiega: «Ho riempito questo museo con l'intento di dare un senso a una città che aveva perso la sua stazione centrale e ho scelto di farlo affrontando il 19esimo secolo. È da lì che siamo nati, come stato, ma anche come popolo e come società occidentale». Dal mito della macchina, alle grandi rivoluzioni, all'industria, a scandire l’Ottocento di Daverio sono le arti, nessuna esclusa conferma lo storico: «Gli artisti parlavano con la voce del loro tempo e ne descrivevano gli eventi politici e di pensiero, l'innovazione era proprio quella, che oggi abbiamo perso, guardare all’arte con la mente sgombra e la curiosità di un buon pettegolezzo».

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