Sherwood, idee in musica da un non luogo al web

«Fare politica significa anche fare festa»: il mondo nuovo degli antagonisti

di Matteo Marcon

PADOVA

Ecco il mese di Sherwood. Il festival indipendente più importante d'Italia parte questa sera e durerà fino al 14 luglio. I 30 giorni di grandi concerti e dibattiti sulla contemporaneità saranno costantemente in streaming su internet. Il flusso di idee, di note e di immagini della controcultura nordestina non viaggia solo sull'asfalto dell'area parcheggi dello Stadio Euganeo ma anche sul web. Tutt'altro che virtuali sono invece i 200mila spettatori registrati complessivamente nell'edizione 2011. Anche quest'anno il pubblico dello Sherwood potrà scegliere tra i due palchi allestiti per ospitare il meglio della musica alternativa italiana e le star internazionale, come Pat Metheny e Manu Chao; oppure le tensostrutture con proiezioni cinematografiche, rassegne gastronomiche, esposizioni e dibattiti.

Questo festival è un mare di eventi che fluisce senza soluzione di continuità, un piccolo miracolo che dal 2000 si ripete ogni anno. In pochi giorni, con l'aiuto di centinaia di militanti e volontari (molti arrivano rispondendo ad un appello su internet), uno spazio anonimo, un grigio parcheggio che altrimenti sarebbe un non luogo, si trasforma in un “mondo nuovo”, un agorà dove ricezione culturale, intrattenimento, proposta politica si fondono assieme. Il cambiamento radicale dello spazio fisico, la sua completa trasformazione, rappresenta, forse, la chiave di lettura migliore per entrare nell'atmosfera dello Sherwood e scoprirne l'identità. Quella che parte oggi è una festa coloratissima, una babele di messaggi e di culture. Ad essere protagoniste sono soprattutto le giovani generazioni, e questa, diciamolo, è già una piccola rivoluzione.

Gli organizzatori, però, vogliono di più. «Questo festival è fatto da persone che a loro modo vogliono cambiare il mondo e si incontrano per questo» spiega Barbara Barbieri, storica organizzatrice della kermesse padovana. «Tutto è nato per finanziare Radio Sherwood e sostenere la nostra attività politica, oggi è qualcosa di più». Sono passati quasi vent'anni dalla prima festa Sherwood e, nel frattempo, il mondo è davvero cambiato. Sono cambiate le sedi della festa e le idee di chi la organizza: «Siamo arrivati dove siamo oggi nel 2000 per ospitare il Tora Tora festival» spiega Barbara Barbieri «nei dieci anni prima, c'era stata una costante evoluzione. Siamo partiti con una festa di due giorni, due settimane e infine un mese, passando per il parco Fistomba, poi il Roncaiette fino all'ex Macello di corso Australia». Non è un caso, dunque, che parlare di Sherwood e della sua storia decennale significhi parlare di cambiamenti. Sognati o vissuti che siano, questi mutamenti hanno a che fare con i luoghi, con le proposte culturali e con la politica: «Ci riconosciamo nella forma dei movimenti – spiega - non siamo legati alle ideologie, cerchiamo di vivere il tempo in cui viviamo, quindi adeguiamo la nostra azione politica a quanto accade nel mondo». Nel festival, il continuo divenire del villaggio globale è ben rappresentato in forme diverse, si tratti dei ritmi latini di Manu Chao, o del r. ap metropolitano di Cypress Hill, come dei dibattiti sulla primavera araba, sulla Cina o sui nuovi media.

Le tante voci che un tempo trovavano spazio nella “foresta” di Sherwood, in quella storica radio libera fondata negli anni '70 e che per anni ha trasmesso sui 97.8 Mhz, oggi le ritroviamo in nuovo progetto di comunicazione (www.sherwood.it: provare per credere), che culmina con i 30 giorni di festival. Il marchio “Sherwood”, con buona pace di Naomi Klein, è rimasto. Mentre un po' in tutta Italia le radio libere sono un lontano ricordo e i centri sociali pure, nel Nordest si è imposta progressivamente questa solida realtà. Il Pedro di Padova in primis, il Rivolta di Marghera, dal Morion di Venezia e tutta una galassia di associazioni (Ya Basta, Polisportiva San Precario, per citarne alcune) in questi 30 giorni si danno appuntamento qui: «fare politica significa anche fare festa» commenta Barbara «qui sono impegnati tantissimi “compagni”, vivono e lavorano tutti assieme per un mese, il festival è un modo per costruire la nostra comunità e i suoi legami, ma anche per aprirsi al mondo. Ci piace in particolare entrare in relazione con molti volontari che decidono di aiutarci». C'è poi la dimensione economica, una media di 3000 persone a sera che pagano il biglietto e consumano negli stand, acquistano pezzi di artigianato nelle bancarelle, complessivamente in un mese fa girare circa 1 milione di euro. Autofinanziarsi, far parte di un movimento e non di un partito politico, rifiutare i contributi dello stato e degli sponsor, così è possibile. Questo contenitore e il suo messaggio complessivo, come spesso accade, finisce per superare di gran lunga la somma algebrica dei suoi contenuti.

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