Una casamatta perfetta nel torrione dell’Arena

Riscoperta dopo centinaia d’anni: invasa per metà da fango e acqua ma in ottime condizioni. C’è già un’ipotesi: apriamola al pubblico

È la metà di settembre 2011. Due uomini si infilano dentro uno strano manufatto in cemento accostato al Torrione dell’Arena, lungo il Piovego. Scendono per quella specie di tubo, trovano un passaggio orizzontale che si restringe, c’è molta acqua, solo uno dei due appositamente attrezzato va avanti, striscia a pancia in giù e sbuca nel cuore del torrione. I due sono Adriano Menin del Gruppo Speleologico Padovano e Fabio Bordignon del Comitato Mura. Probabilmente sono i primi dopo centinaia d’anni, anche se qualcuno forse ci ha già messo il naso nel secolo scorso. È la pancia inesplorata delle mura di Padova, un sistema di fortificazioni esemplare che piano piano, negli anni, si disvela in tutto il suo fascino. Fascino - e apprensione - anche qui, nel Torrione dell’Arena. C’è acqua, e non si sa quanta, non si sta in piedi, si scivola. Il fascio della pila fa intuire un soffitto a volta perfettamente conservato, che fa anche un angolo. A destra si apre la galleria che portava alla casamatta. Ma può essere pericoloso. Torneranno altre due volte gli speleologi, più attrezzati e in sicurezza, e in gruppi di tre. Lì dentro scendono anche Sergio Rizzato, Gianfranco Zancan e Salvatore Gallo.

Hanno riscoperto un altro luogo dimenticato del sistema difensivo padovano. Il Torrione, e si sapeva, contiene una casamatta, un locale completamente chiuso, ricoperto di terra e il cui accesso è dato da una galleria a piano inclinato. La casamatta doveva avere due uniche aperture, le cannoniere, probabilmente già chiuse in passato. Quel che nessuno sapeva, è che questa casamatta è bellissima e perfettamente conservata. Adesso se ne vede la metà superiore: quella inferiore è nascosta da circa due metri e mezzo di fango, più mobile verso la superficie, poi solidificato. L’ambiente è così pieno di suggestione che a chi ha suggerito di andare a vedere - gli architetti Vittorio Dal Piaz e Adriano Verdi - è nata spontanea l’idea: apriamolo al pubblico. Non si può fare subito, naturalmente: ma intanto del progetto si è parlato al sindaco Zanonato, il 24 aprile scorso, e lui non ha detto di no e ha solo chiesto: quanto costa? Gli è stata data una prima indicazione degli interventi da fare. Perché quel torrione ha la sua storia, come tutti i bastioni della cinta muraria. Dev’essere stato completato verso il 1520, secondo i disegni di Bartolomeo d’Alviano e dei suoi ingegneri. Ma già intorno al 1542 le cannoniere vengono chiuse, come in molti bastioni padovani. Cambia la politica, cambiano le esigenze strategiche. Forse già allora la casamatta perde la propria funzione. Passano i secoli. Agli inizi del Novecento si sistemano i giardinetti dell’Arena, che finiscono proprio sopra la casamatta. Ci piazzano una vasca d’acqua, e poi un percorso di cascatelle, proprio sopra la galleria d’accesso, che ad un certo punto viene interrotta da un muro. Oggi è lunga 29 metri. Probabilmente è l’acqua che filtra dalla vasca soprastante a riempire la casamatta. Così si trovano dei pesci rossi. Ma sistemano anche un tubo di cemento all’imbocco della galleria, che scarica dai giardini: così nella casamatta sono arrivate due o tre lattine di coca cola, qualche siringa... Speleologi e architetti hanno misurato tutto: la superficie interna è di 230 metri quadrati, la casamatta ha una forma a V e una copertura a volta, è tutta in cotto, in ottime condizioni salvo una crepa non estesa e non recente. Per svuotarla ci vorranno parecchie attenzioni, anche alle spinte e controspinte dell’acqua e del fango dall’interno e del terrapieno dall’esterno. Ripulita, potranno rispuntare le cannoniere e soprattutto un ambiente da sfruttare. Un’altra tappa lungo quelle mura che Padova, e mai nessun nemico, ha maltrattato nei secoli ma che ora restituiscono una bellezza nascosta. Va a finire che queste mura si fanno vedere più dal di dentro che dal di fuori, dove le case, la fretta delle automobili e le distruzioni soprattutto ottocentesche le rendono meno visibili. Dentro, invece, c’è un mondo intatto: come già si può vedere al bastione Alicorno, per esempio, o in altri punti della cinta.

Quest’altra indagine, voluta dal Comitato Mura, è un tassello in più di quella che, vista nell’insieme, potrebbe diventare un’altra attrattiva padovana: un percorso intelligente, lungo e fascinoso nel cuore delle difese della città. Si pensi che il Comune riuscì a farsele cedere dallo Stato e che la mappa catastale allegata all’atto di cessione era lunga undici metri, perché la scala era 1:1000. Infatti le nostre mura si sviluppano per undici chilometri. Il comune si era tutelato, e nel contratto si comprendevano anche «gli spazi ipogei non censiti».

Ora, negli anni, uno ad uno si scoprono di nuovo e formano perle di una collana di estremo interesse. Sono vere e proprie scoperte perché dei disegni del progetto originario, quello di Bartolomeo d’Alviano, non c’è più traccia. Austriaci prima e francesi poi han pensato bene di portarsi via tutta la documentazione relativa ai manufatti militari, e ora non si sa bene dove sia andata a finire. Quindi non ci sono mappe. Solo l’intuito e naturalmente la curiosità. Gli storici pregustano l’analisi del sito per trovare notizie e conferme. Gli amministratori dovranno trovare qualche euro per i lavori, se il patto di stabilità non è addirittura più forte della stabilità di mura vecchie cinquecento anni.

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