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L’italiano delle canzoni da Modugno ai rapper «Per niente facile, un vero esercizio di forma»

L’INTERVISTASi può parlare seriamente di canzoni? In molti paesi lo fanno e il Nobel per la letteratura a Dylan lo ha sancito. In Italia si è fatto molto meno, ma proprio da questa sottovalutazione è...

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Si può parlare seriamente di canzoni? In molti paesi lo fanno e il Nobel per la letteratura a Dylan lo ha sancito. In Italia si è fatto molto meno, ma proprio da questa sottovalutazione è partito Luca Zuliani per scrivere un dotto “L’italiano della canzone” (Carocci, p. 140, 12 euro), che apre nuovi scenari di studio. Zuliani insegna linguistica all’Università di Padova, è allievo di Pier Vincenzo Mengaldo, ha curato l’edizione critica delle poesie di Giorgio Caproni e scritto te ...

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Si può parlare seriamente di canzoni? In molti paesi lo fanno e il Nobel per la letteratura a Dylan lo ha sancito. In Italia si è fatto molto meno, ma proprio da questa sottovalutazione è partito Luca Zuliani per scrivere un dotto “L’italiano della canzone” (Carocci, p. 140, 12 euro), che apre nuovi scenari di studio. Zuliani insegna linguistica all’Università di Padova, è allievo di Pier Vincenzo Mengaldo, ha curato l’edizione critica delle poesie di Giorgio Caproni e scritto testi rilevanti di metrica, ma coi suoi studenti si è occupato anche di canzoni, portando nelle aule universitarie anche il “rap”. Ma partiamo da lontano.

Perché è difficile scrivere canzoni in italiano?

«È una faccenda paradossale: l’italiano suona molto bene quando è cantato, tanto che per secoli è stato la lingua della musica in tutta Europa. Per adattarsi alla melodia, però, deve pagare un prezzo molto alto. La principale difficoltà, com’è noto, deriva dal frequente bisogno di concludere i versi e le strofe con una parola accentata sull’ultima sillaba, perché in italiano le parole di questo tipo sono difficili da trovare. Ma non è l’unico problema: la nostra lingua deve forzare in molti modi la propria struttura per inseguire le forme e i ritmi delle frasi musicali. In passato, la lingua duttile ma artificiosa dei libretti d’opera rappresentava un ragionevole compromesso. Oggi è tutto più difficile».

Nel libro emerge una cesura intorno agli anni Sessanta.

«Fu un mutamento importante: l’italiano della canzone cominciò a perdere quel tipo di artificiosità che lo legava, appunto, ai libretti d’opera. Di solito si prende come simbolico punto di svolta – anche per quanto riguarda la lingua – la vittoria a Sanremo di “Nel blu dipinto di blu”, nel’58; ma, ovviamente, fu solo l’inizio di un percorso che condusse in breve ai primi cantautori».

Lei non ha paura di dire che le canzoni hanno preso il posto della poesia.

«Purtroppo non è difficile rubare oggigiorno il posto alla poesia: il suo spazio nella società si è molto ridotto. Attenzione, però: è difficile dare solidi giudizi di valore in ambiti di questo tipo. Si può invece provare a individuare i ruoli di poesia e canzone nella società attuale. Da questo punto di vista, è evidente che oggi, nell’ambito della cultura di massa, la canzone si è presa anche il ruolo che una volta aveva la poesia. Fa persino impressione pensare che nel secolo scorso un giovane liceale spesso cercasse nei libri appena usciti di D’Annunzio o Montale quello che oggi cerca nei testi dei suoi cantanti o gruppi preferiti».

Com’è allora l’italiano delle canzoni?

«Difficile generalizzare: fra le caratteristiche della contemporaneità c’è anche una grande libertà e variabilità nella lingua e nello stile. Nella produzione attuale ci sono testi di grande complessità, volutamente caricati e artefatti – basti pensare a Caparezza o, per altri versi, ai Baustelle – e altri che invece inseguono le forme della lingua parlata – anche nella sua trascuratezza – come mai s’era tentato prima. È un po’ la linea che inizia con Vasco Rossi o con gli 883. C’è poi il problema dei condizionamenti indotti della musica, ed è l’ambito di cui più mi sono occupato. Ad esempio, se il bisogno di cadenze musicali induce a far rimare “sincerità” con “magicà”, in una canzone di Arisa ma oggi è procedimento comunissimo, oppure induce a mettere pause dove in italiano non dovrebbero esserci, creando versi con fortissime inarcature come “per Gesù Cristo e / per il cabernet– / sauvignon, cioè / le labbra tue…” dei Baustelle, allora la lingua della canzone sta forzando le normali forme dell’italiano, anche se lo fa in un modo diverso rispetto ai libretti d’opera o alle canzoni di Claudio Villa».

La lingua del rap italiano è più colta di quanto abitualmente si pensa?

«Bisogna intendersi sul senso di “colto”: se si cercano i consueti elementi della tradizione letteraria, nel complesso non c’è poi molto. Se invece si intende con “lingua colta” una lingua elaborata, attenta alla propria veste formale, allora c’è fin troppo. In quest’ultimo senso, il rap italiano sembra spesso avere ereditato uno dei difetti che più spesso sono stati rimproverati alla letteratura italiana: l’eccessiva attenzione alla forma anche a scapito del contenuto». –