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Curreri e la passione «Noi, che volevamo cambiare il mondo»

A Padova l’anteprima del libro “Generazione di fenomeni” storia di una città, di tanti amici e di grande musica italiana

È un vulcano Gaetano Curreri, e sentendolo parlare si capisce perché Vasco Rossi abbia voluto proprio lui sul palco di Modena o perché Lucio Dalla gli abbia dato fiducia incondizionatamente: «Sono felice quando gli altri sono felici» dice «essere felici da soli è una felicità monca, senza qualcosa». Per questo è stato il collante di quel gruppo bolognese che ora racconta in un volume, “Generazione di fenomeni”, che sarà pubblicato a fine ottobre dalla Eri e sarà presentato oggi alle 19 in anteprima alla Fiera delle Parole nel Palazzo della Ragione a Padova

Morandi, Guccini, Dalla, Carboni, gli Stadio. È questa la generazione di fenomeni?

«Non solo. Eravamo in tanti, c’erano anche grandi poeti come Roberto Roversi, c’era Freak Antoni, che era sempre più avanti degli altri e proprio per questo è stato sottovalutato. Non eravamo una generazione dal punto di vista anagrafico, anzi le età erano molto diverse, ma condividevamo progetti, idee, voglia di fare. Abbiamo vissuto tra gli anni Settanta e il Duemila un’epoca meravigliosa, fatto di incontri, di creatività di contaminazioni. Siamo stati un movimento, una scuola. Facevamo i fenomeni, convinti come eravamo di poter cambiare il mondo».

Per questo ha deciso di raccontarne la storia?

«Sì, anche se tutto è nato un po’ per caso. L’idea del libro è venuta a Fabio Masi, cui stavo raccontando la storia degli Stadio per un docufilm che uscirà in contemporanea col libro. Mentre io parlavo, lui ha capito che la mia era una vera e propria narrazione, perché il nostro percorso di vita è stato anche un attraversamento della storia italiana dalla fine degli anni Settanta a oggi».

Al centro della storia c’è Bologna. La storia del vostro gruppo sembra impossibile da pensare senza la vostra città.

«È così. Bologna era una città molto viva, molto ricettiva, attenta al cambiamento alle contaminazioni, aveva una straordinaria apertura e una vocazione all’accoglienza, che oggi in parte si è persa. Vivere lì era inserirsi in un solco già tracciato da chi era venuto prima di noi. Era una città a misura d’uomo, che ha sempre tenuto vivo il senso della comunità, la propensione al fare insieme, alla cooperazione, che non è un fatto politico, ma il frutto di una generosità che è propria di questa terra».

Dunque un clima culturale, ma c’era anche una capacità politica di coglierlo?

«Per fare musica ci vuole anche un’organizzazione, ci vuole una sensibilità politica per lo spettacolo, per l’arte, per la cultura. Ci vogliono strutture. Qualche mese fa Modena è stata capace di organizzare uno dei più grandi spettacoli a pagamento del mondo. Non era facile. Tutti noi, per esempio, difficilmente saremmo nati, se a Bologna non ci fosse stata la Fonoprint, un vero studio di registrazione che ci permetteva di produrre qui i nostri dischi. Nostri, anche perché nati all’insegna della collaborazione».

Proviamo a parlare dei fenomeni, o almeno di alcuni di loro. Cominciano da Lucio Dalla.

«È stato il maestro. Lui mi ha dato la consapevolezza di quel che potevo fare. Prima di incontrarlo ero capace di scrivere belle introduzioni, ma non riuscivo a finire una canzone. Lui mi ha insegnato la cultura del lavoro: io ero uno che cercava di ottenere il massimo facendo il minimo, lui invece aveva un senso innato della disciplina».

Vasco Rossi?

«Vasco dice che io l’ho scoperto, ma in realtà io non ero nessuno esattamente come lui. Diciamo che ci siamo scoperti a vicenda. Vasco è il mio amico del cuore, è mio fratello, non solo musicalmente, è la persona a cui voglio più bene”. D – Guccini? R– Guccini è stato un pontiere. Passeggiare con lui per Bologna era una esperienza. Su ogni palazzo, anche su ogni pianta era capace di raccontarci qualcosa. La sua cultura ci ha unito, ci ha fatto crescere. D– Il più giovane è stato a lungo Luca Carboni R– Luca ad un certo punto me lo sono trovato in casa, non so bene neppure come. Ha scritto per le mie musiche dei testi meravigliosi».

E il “vecchio”, Gianni Morandi?

«Lui è un cantante vero, è come Frank Sinatra, è all’altezza dei grandi della musica americana».

Vi siete scambiati canzoni, vi siete aiutati, ma avete anche regalato ad altri le vostre canzoni. Qualche volta anche molto belle. È stato un sacrificio?

«Non ho mai sofferto per questo. Quando con Vasco abbiamo scritto “E dimmi che non vuoi morire” l’abbiamo fatto per Patty Pravo, perché lei era una donna delle favole, una divina, una persona che ti cambia la vita. La nostra felicità era che
la cantasse lei e basta».

C’è una canzone della vita?

«La canzone che mi rappresenta di più è “Chiedi chi erano i Beatles”. Scrivere con Roversi mi ha arricchito. Era un uomo meraviglioso, anzi è un uomo meraviglioso, perché il suo pensiero è rimasto con noi».

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