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l'analisi

Il ragionier Ugo Fantozzi e la rivoluzione della lingua

L'eredità linguistica di Paolo Villaggio: dal congiuntivo all'antifrasi, sotto la nuvola dell'impiegato

PADOVA. La notizia della morte di Paolo Villaggio mi ha raggiunto a Sappada dove ad ogni inizio di luglio si incontrano i dialettologi italiani. Per una fortuita coincidenza, nel volume che raccoglie i contributi dello scorso anno (edito dalla Cleup), si trova anche uno scritto di Lorenzo Coveri sul dialetto nei comici liguri, con un fugace riferimento a Paolo Villaggio: fugace perché Villaggio ha sempre rinunciato al dialetto materno, che pure gli era congeniale. Il genovese è assente anche nel film “A tu per tu”, del 1984, nel quale il tartassato di turno ha sì una marcata cadenza ligure, ma come espressione dialettale usa solo «scià me scuse», al posto del fantozziano «scusi», pronunciato, come quasi tutte le espressioni servili e impacciate dell’impiegato per antonomasia, con un fil di voce.

Il contributo di Paolo Villaggio alla lingua italiana è stato ampio, anche se costituito non da un insieme sistematico, bensì da singole fortunate espressioni. Io stesso, poco fa, ho usato l’aggettivo fantozziano, diventato ormai patrimonio comune, nel significato “che ricorda i modi goffi e impacciati del ragionier Fantozzi”, come scrivono i vocabolari. Lo stesso cognome Fantozzi ha assunto, per antonomasia, il significato di “sfigato”: come non ricordare la famosa “nuvola dell’impiegato”, che accompagna il ragionier Fantozzi in ferie, chiamata anche “la nuvola di Fantozzi” (e una volta mi hanno stupito due colleghi stranieri, un tedesco e un greco, non italianisti, che conoscevano bene il significato dell’espressione).

Ma sono numerose le parole del personaggio Fantozzi che ne hanno caratterizzato la figura e che si sono trasferite nell’uso colloquiale: l’antifrastico leggerissimo, a indicare qualcosa di copioso (per esempio “una leggerissima sudorazione”), l’iperbolico mostruoso e poi, seleziono da un articolo di Claudio Giunta nell’Internazionale del 2015, merdaccia, coglionazzo, poltrona in pelle umana, direttore galattico, Dir. Gen. Lup. Mann. Gran Farabut: tutte parole e immagini che rappresentano il senso di frustrazione del dipendente che subisce i soprusi di chi si trova in posizioni di rilievo nella scala gerarchica aziendale.

Questo lessico, notava Giunta, «è diventato ormai - e stabilmente - lessico famigliare degli italiani, quasi senza distinzioni di ceto, istruzione, provenienza geografica».

Così come è diventato proverbiale, e in quanto tale applicabile alle più diverse situazioni, il commento all’ennesima proiezione, con dibattito, della Corazzata Kotiomkin (mascheramento di Potëmkin): «una cagata pazzesca», spesso modificato pudicamente in «una boiata pazzesca».

Si deve a Villaggio anche la più forte censura del “congiuntivo all’italiana”, cioè dell’incapacità di molti italiani, che pure sanno che in certi contesti va usato il congiuntivo, di coniugarlo correttamente: i vari vadi, venghi, ma anche di chi (accolto come titolo del suo Prontuario comico della lingua italiana del 2011) e batti, nello scambio di battute, nel campo di tennis, tra la spalla Filini che lancia l’invito «Allora, ragioniere, che fa? Batti?» e Fantozzi che si risente: «Ma... mi dà del tu?», cui segue il chiarimento: «No, no! Dicevo: batti lei?», «Ah, congiuntivo!»: una critica sottile ma feroce, al presunto declino del congiuntivo, più potente di mille post degli odierni grammar nazi.

Del resto, nella sua scrittura, Villaggio è stato sempre abile a destreggiarsi tra i registri dell’italiano, a partire dal 1963, quando scrisse il suo testo migliore, quello della canzone “Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers”, musicata e cantata da Fabrizio De Andrè: forme auliche, coloriture regionali, espressioni basse si alternano, secondo uno spirito goliardico, dando una rappresentazione del potere e della società che non ha certo perso validità nel corso degli anni: «Veloce lo arpiona la pulzella

/ repente una parcella presenta al suo signor / “deh, proprio perché voi siete il sire / fan zinquemila lire, è un prezzo di favor”. / “È mai possibile, porco d'un cane, / che le avventure in codesto reame / debban risolversi tutte con grandi puttane”.


 

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