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Latouche: l’umanità potrà sopravvivere solo se saprà darsi dei limiti

L’interventi dell’economista e filosofo francese per il nostro giornale: “Le risorse non sono infinite, bisogna uscire dal feticismo del consumo”

Di fronte ai disastri della crescita economica forsennata, universalmente riconosciuti, si è cercato di trovare un rimedio a buon mercato inventando il cosiddetto “sviluppo sostenibile”.

Lo sviluppo sostenibile fu lanciato esattamente come una marca di detersivo e con una accurata sceneggiatura, alla Conferenza di Rio del giugno 1992. Poiché l’operazione seduttiva è pienamente riuscita al di là delle aspettative, le folle sono cadute nella trappola, inclusi molti intellettuali e perfino gran parte degli ambientalisti.

Lo sviluppo sostenibile, del quale si ritrova l’invocazione in tutti i programmi politici di destra, di centro e di sinistra, «ha solo la funzione» come dice Hervè Kempf «di mantenere i profitti e di evitare il cambiamento delle abitudini, modificando appena la superficie».

Il fatto che il principale promotore dello sviluppo sostenibile, Stephan Schmidheiny, si sia rivelato un assassino seriale è quasi troppo bello per coloro che da anni si scagliano violentemente contro questo pseudo concetto per denunciare l’intera truffa.

Questo miliardario svizzero, fondatore del World Business Council for Sustainable Development, eroe di Rio 1992, e che si presenta sul suo sito come filantropo, non è altro che l’ex-proprietario dell’impresa Eternit, chiamata in causa durante il processo per l’amianto di Casale Monferrato.

L’industriale condannato dal tribunale di Milano a sedici anni di prigione e il paladino dell’ecologia industriale, della responsabilità sociale di impresa e dello sviluppo sostenibile si sono scoperti essere la stessa identica persona!

La denuncia della truffa dello sviluppo sostenibile è fondamentale per comprendere la necessità della rottura che la decrescita comporta e apprezzarne tutta la portata.

L’espressione “sviluppo sostenibile” è un ossimoro, in realtà né la crescita né lo sviluppo sono in alcun modo sostenibili o durevoli: per dirla con Nicholas Georgescu-Roegen e altri, «una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito».

Perciò fare della decrescita, come hanno proposto certi autori, una variante dello sviluppo sostenibile, costituisce un controsenso storico, teorico e politico sul significato e sulla portata del progetto. La necessità, sperimentata da tutta una corrente dell’ecologia politica e dei critici dello sviluppo, di rompere con il linguaggio fasullo dello sviluppo sostenibile, ha portato a lanciare la parola d’ordine della decrescita, con lo scopo di denunciare la crescita e le sue varianti appena verniciate di verde in superficie.

Si trattava di far ritrovare il senso dei limiti, una parola d’ordine tipica delle antiche saggezze occidentali, che possono essere fonte d’ispirazione anche per il presente (non a caso, un mio libro è intitolato proprio “Limite”). In aggiunta, occorre sempre ribadire che decrescita non significa recessione e neppure crescita negativa.

La parola, quindi, non deve essere presa alla lettera: decrescere solo per decrescere sarebbe altrettanto assurdo di crescere soltanto per crescere. I decrescenti, per esempio, vogliono far crescere la qualità della vita, dell’aria, dell’acqua e di una pluralità di cose che proprio la crescita economica illimitata ha distrutto: per questo è necessario porre dei limiti!

L’emergere di un movimento radicale di decrescita (odi prosperità senza crescita) che propone un’alternativa reale alla società dei consumi e al dogma della crescita, corrisponde sicuramente ad una necessità che non è certo esagerato definire storica.

La decrescita è diventata la bandiera che raccoglie tutti coloro che aspirano a costruire una reale alternativa a una società iperproduttivista e iperconsumista, ecologicamente e socialmente insostenibile, facendo emergere una civilizzazione molto diversa, basata su una abbondanza frugale (formula che ho discusso in un libro intitolato proprio così).

Il progetto della decrescita non è né quello di un’altra crescita, né quello di un altro sviluppo (sostenibile, sociale, solidale, ecc.). Esige piuttosto di uscire dalla religione della crescita e dell’economia, ma questo aspetto merita di essere spiegato meglio.

La crescita è senza dubbio un fenomeno naturale; il ciclo biologico della nascita, dello sviluppo, della maturazione, del declino e della morte degli esseri viventi e la loro riproduzione sono anche la condizione della sopravvivenza della specie umana, che deve metabolizzarsi con il suo contesto vegetale e animale.

Gli uomini, con molta naturalezza, hanno celebrato e rispettato le forze cosmiche che garantivano il loro benessere, nella forma simbolica del riconoscimento di questa interdipendenza e del loro debito verso la natura per tutti questi aspetti.

Il problema nasce quando si pretende assurdamente che qualcosa debba solo crescere all’infinito, in questo caso l’economia: solo l’Occidente moderno ha trasformato questa pretesa insana in una specie di religione fideistica.

Nel contesto capitalistico l’organismo economico, cioè l’organizzazione della sopravvivenza della società, non è più in simbiosi con la natura, ma promuove il suo sfruttamento senza pietà, poiché deve crescere in modo infinito, come deve crescere il suo feticcio, il capitale, trasformando in merce il mondo intero.

La crescita per la crescita diventa così l’obiettivo primordiale, se non addirittura l’unico dell’economia e della vita. Non si tratta più di crescere per soddisfare dei bisogni riconosciuti, cosa che sarebbe ancora positiva, ma di crescere per crescere.

La società dei consumi è l’approdo normale di una società della crescita. Ciò si basa su una triplice mancanza di limiti: una produzione senza limiti e quindi sono illimitati anche i prelievi delle risorse, rinnovabili e non rinnovabili; assenza di limiti nei consumi, e quindi anche nella produzione di bisogni e di prodotti superflui; mancanza di limiti nella produzione di rifiuti e quindi nelle emissioni di scarichi e di inquinanti (dell’aria, della terra e dell’acqua).

Per essere sostenibile e durevole, qualunque società deve porsi dei limiti. Ora, la nostra si vanta di essersi liberata da qualunque vincolo e ha optato per la dismisura. Certo, nella natura umana esiste qualche elemento che spinge l’uomo a superarsi continuamente.

Ciò costituisce insieme la sua grandezza, ma contemporaneamente una minaccia. Per questo tutte le società, eccetto la nostra, hanno cercato di canalizzare questa capacità e di farla lavorare per il bene comune. Questa tensione verso il superamento di ogni limite diventa distruttiva quando viene rivolta, unilateralmente, verso

l’accumulazione sistematica di merci e di denaro.

Si deve quindi ritrovare il senso del limite per garantire la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta. Con la decrescita si intende quindi uscire finalmente da una società fagocitata dal feticismo della crescita e della merce.

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