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L’amicizia tra boss e giornalista passa per Padova

Stasera a Marcon in anteprima “Socialmente pericolosi” di Venditti, storia vera di camorra

MARCON. Mai si sarebbe immaginato che un pezzo della sua vita sarebbe diventato un film. Fabio Venditti, giornalista, non ci crede ancora. Eppure “Socialmente pericolosi” è una realtà. Anzi, una doppia realtà. È un’associazione di promozione sociale da lui stesso fondata per la realizzazione di un progetto di lavoro con i ragazzi dei quartieri spagnoli di Napoli. Ed è anche un film, che verrà presentato stasera in anteprima all’Uci di Marcon (ore 21), in cui Venditti, alla regia, racconta la storia della sua amicizia con un boss della camorra.

Venditti, la sua è una vicenda che parte da lontano...

«Tutto è nato con un’inchiesta sul “carcere dei suicidi” di Sulmona. Qui ho conosciuto il boss Mario Savio, il quale mi chiese aiuto per suo figlio che aveva preso una cattiva strada. Tra noi si è sviluppata un’empatia forte che si è tradotta in un libro a quattro mani (“La mala vita”) sulla guerra di camorra degli anni ’80».

Poi Savio si è ammalato gravemente di cirrosi.

«A quel punto mi sono sentito in dovere di aiutarlo a curarsi perché in carcere era abbandonato a se stesso. Nonostante la diagnosi, non gli davano nulla tranne la tachipirina quanto aveva la febbre. E così mi sono offerto di ospitarlo agli arresti domiciliari per potergli dare un’assistenza adeguata».

È allora che è nato il progetto di “Socialmente pericolosi”?

«Sì. L’idea era quella di realizzare un progetto con i ragazzi dei quartieri spagnoli per costruire un percorso alternativo all’illegalità, insegnando loro il mestiere del cinema. Grazie all’allora direttore del TG2, Luigi Masi, abbiamo girato alcuni documentari da cui poi si è sviluppato il film che racconta 3 anni del mio rapporto con il boss».

Un progetto che ha rischiato di naufragare dopo il nuovo arresto di Savio.

«Mi sono sentito tradito, ma a quel punto mi interessava solo salvare i ragazzi. Insieme abbiamo realizzato “Quartieri Spagnoli Italia”, un viaggio da sud a nord che racconta le storie di chi combatte contro esclusione e disagio sociale. Una parte è girata anche a Padova (in piazzetta Gasparotto), luogo di spaccio che fa dire a uno dei ragazzi di non vedere alcuna differenza con Napoli. I ragazzi hanno imparato che esiste il lavoro e che nel loro destino non c’è solo delinquenza».

Il film ha avuto una gestazione complicata. Perché?

«I problemi sono arrivati dall’ordine costituito. Il messaggio è stato chiaro: il naso là dentro non ce lo dovete mettere perché quella realtà deve rimanere così: i delinquenti nei quartieri spagnoli e il resto dall’altra parte. I carabinieri me lo hanno anche detto: perché non ti fai i fatti tuoi?».

Nel film ha diretto grandi attori: Vinicio Marchioni, Fortunato Cerlino e Michela Cescon. Che esperienza è stata?

«Meravigliosa. Cerlino si è presentato con l’intenzione di dirmi di no perché aveva deciso di non

fare più il boss dopo “Gomorra”. Ma l’attrazione per la storia è stata troppo forte».

E adesso?

«Dobbiamo farci spazio con la forza di questo film piccolo e povero. Giriamo per presentarlo, per far conoscere il progetto e dare una chance agli esclusi».

Marco Contino

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