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Dirige Orsato: «Forte dentro o non sei arbitro»

Il fischietto di Schio si racconta ai colleghi «Ci vuole umiltà, ma chi si abbatte è finito»

SAN GIORGIO IN BOSCO (Padova). È il numero uno degli arbitri italiani e uno dei migliori in ambito europeo. Si è affermato ad altissimi livelli lontano dalla sua terra natìa (Schio)m ma non manca mai di ricordare i luoghi in cui ha cominciato a solcare i campi di calcio. Tralasciando questioni non attinenti alla serata (VAR su tutte e tecnicismi regolamentari), martedì sera, nel teatro sociale di San Giorgio in Bosco, gremito per l’occasione, l’internazionale Daniele Orsato ha tenuto una conferenza a favore delle sezioni Aia di Bassano, Castelfranco, Chioggia e Schio, per una iniziativa promossa dall’Aia di Padova, dal CRA Veneto e dalla sezione Bellini Padova. Numerosi gli ospiti presenti, il tutto coordinato da Simone Schiavo, ex arbitro di Serie D e adesso associato della sezione di Padova.

«Nella mia carriera non mi è mai stato regalato niente, bisogna perseverare per conseguire i propri obiettivi. Quella che ho io è una passione genuina e vera, se si vuole arrivare in alto non c’è spazio per pigrizia o indolenza perché senza faticare non si arriva da nessuna parte». Ha esordito così Daniele Orsato, improntando fin da subito l’incontro sull’aspetto motivazionale per le nuove leve arbitrali. «Nel 1993 ho fatto la mia prima riunione tecnica e tornando a casa ho detto a mia madre “nel giro di 13 anni io arriverò ai vertici, in Serie A”. Nel 2006 ho esordito in massima serie ed è stata una delle soddisfazioni più grandi della mia vita. Non mi sono mai sentito arrivato però, ho sempre continuato ad allenarmi senza mai mollare di un centimetro, addirittura a 36 anni sono dovuto tornare tra i banchi di scuola per imparare l’inglese perché volevo diventare un arbitro internazionale. Per arrivare in alto serve un aggiornamento continuo che deve andare di pari passo con un costante allenamento fisico: l’umiltà sta alla base del successo che un arbitro potrà avere nella sua carriera. Bisogna scommettere su sè stessi e questo ti aiuta a prendere fiducia per la gestione della gara».

Dinanzi ad un silenzio irreale quanto rispettoso, il fischietto di Schio ha cercato di far capire ai presenti quanto la volontà di arrivare in alto possa essere importante se si vuole raggiungere determinati livelli, indicando altre linee guida: «L’equilibrio durante la partita sta alla base della sicurezza di un arbitro in campo e, se si fischia da una parte, bisogna fischiare la medesima cosa dall’altra. I giocatori vanno trattati tutti alla stessa maniera e così facendo loro comprenderanno anche i nostri errori. In ogni partita il lavoro dell’arbitro non sempre è visibile, come il richiamo ad un giocatore che sta correndo per una situazione precedente e ai limiti della regolarità. Quando si finisce un match e si sa di aver fatto tutto il possibile per il buon andamento della partita, l’osservatore potrebbe anche non entrare nello spogliatoio. Il primo giudice della propria prestazione è l’arbitro stesso, se si sa di aver commesso degli errori si è i primi ad accorgersene. Stesso discorso se si ha la consapevolezza di aver condotto un buon arbitraggio. Errare è umano, non è un singolo errore di valutazione a pregiudicare la
prestazione di un direttore di gara. L’unica cosa in cui non si può peccare è l’aspetto comportamentale: dopo una partita fatta male non ci si abbatte, perché la domenica successiva ce ne sarà un’altra in cui poter dimostrare il proprio valore».

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