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«L’Italia diventi come un club Così si rinasce»

L’ex Ct dell’Albania esonerato dall’Alaves «Io in Nazionale? L’occasione è passata»

CONEGLIANO. L’avventura in Liga all’Alaves si è conclusa troppo presto e non l’ha ancora digerita. Gianni De Biasi è rientrato da pochi giorni a Conegliano, si prepara alle vacanze e a meditare sul futuro. Il suo nome torna così d’attualità per la panchina azzurra del post-Svezia. Pur rimasto scottato nel recente passato, fa capire che ad una chiamata della Figc non potrebbe rinunciare. Il manifesto? Amore per la maglia, creatività e divertimento, Nazionale concepita come club, stage mensili.

De Biasi, amareggiato per com’è finita con l’Alaves?

«Sì, ero convinto che quella sfida avremmo dovuto farla in due, io e il club. Invece non è stato così, ciò mi dà fastidio. Insieme avremmo potuto raggiungere gli obiettivi, per contro opporre distinguo è il modo sbagliato per affrontare il problema. Avevamo raccolto 6 punti in 7 partite. L’impresa della salvezza era possibile, ci ero già riuscito in situazioni difficili, non vedo perché non avrei potuto farlo di nuovo. Il bello è che a Vitoria ero stato già in estate, pareva potessi prendere la squadra subito, ma poi avevano fatto scelte differenti».

Cambiando tema: la prossima sfida sarà con un club o una Nazionale?

«M’interesserebbe una cosa seria, chi mi prende deve avere fiducia nel mio modo di lavorare. Valuterò più attentamente, cercando di non farmi prendere dai sentimentalismi».

Già ci fu il precedente dell’estate 2016, ma le preferirono Ventura: se tornasse l’opzione Italia?

«Non vorrei illudermi di nuovo. A chi, però, non piacerebbe guidare la propria Nazionale… Ho già 5 anni e mezzo d’esperienza con la selezione dell’Albania. C’era stata una grande possibilità l’anno scorso, ma non era andata in porto. E ora ci sono i cocci da rimettere a posto. Bisognerebbe ripartire da un progetto mirato su giovani, che diano tutto per l’Italia e non la vedano solo come un biglietto da visita per strappare un contratto migliore o trattare una sponsorizzazione. Serve uno spirito diverso. Bisogna tornare ai valori, a fare squadra. Al di là delle dichiarazioni di facciata. La bandiera deve garantirti una forza straordinaria, tale da permettere di superare qualsiasi ostacolo».

Come ha vissuto la mancata qualificazione degli azzurri al Mondiale?

«Con tanta tristezza. Quasi con rassegnazione al destino che si stava prefigurando».

Il nostro calcio è sceso così in basso?

«Abbiamo giovani bravi come Immobile, Insigne, Belotti, Gagliardini, Spinazzola. Lo stesso Conti, ora infortunato. Sostituire la vecchia guardia non è facile. Al di là del materiale, l’importante sarebbe però lavorare intendendo la Nazionale come un club. Solo così potresti costruire identità e gioco. Servirebbero stage frequenti, minimo due giorni al mese».

Nei vivai gli osservatori sembrano valutare più la fisicità che la tecnica: cosa ne pensa?

«La fisicità non guasta, ma occorre concedere più libertà d’espressione al talento. Lasciare spazio alla creatività, giocare di più la palla. Serve un approccio differente. L’ho appena riapprezzato in Spagna: altre metodologie, altro spirito. Il calcio è divertimento».

La lotta al vertice in Serie A è più equilibrata
del solito: la favorita?


«La Juventus ha sempre qualcosa in più. Se, tuttavia, i bianconeri dovessero compiere passi falsi, Inter e Napoli potrebbero approfittarne. Mi ha sorpreso molto la Lazio, con Inzaghi ha raggiunto un ottimo livello».

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