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L’eresia azzurra specchio del rugby

Sei Nazioni. Oggi la formazione anti Francia, O’Shea a quota 8 debutti. E 3 in ballo

ROMA. Paragonare lo schema “volpe” di Venter alla rivoluzione di Dick Fosbury nel salto in alto poteva sembrare esagerato, otto giorni fa nel caos delle reazioni a caldo alla “non ruck” degli azzurri. Nel lasso di una settimana s’è passati dalla questione Georgia (a proposito, è in calendario un test nel 2018 e dovrebbe chiudere la faccenda) al “Complimenti Italia!” (stampato proprio così) sul Sunday Times.

Il ruggito di Twickenham, la furia di Eddie Jones, i sassolini di O’Shea sui precedenti di Australia e Wasps, le critiche inglesi alla mancanza di intelligenza dei propri giocatori (“Ve li immaginate Richie McCaw o Dan Carter aspettare la pausa del tè per trovare una soluzione”), capitan Hartley che ammette di avere la bibbia sul comodino ma non il regolamento di gioco: tutto ha distolto da qualcosa di più profondo.

Un effetto catartico che ha spostato le lancette di un quarto di secolo, quando ruck e maul erano infinite e senza troppe regole, in mischia c’erano i grossi e fuori gli agili, mediani spesso molto piccoli.

Si decise che basta, al possesso infinito della palla di maul in maul, di ruck in ruck. Si diedero regole a quelle fasi, infrante le quali scatta il turnover: la squadra in attacco poteva dover cedere palla alla difesa. Cambiare il senso di marcia. Da lì fino a domenica 26 febbraio scorso un castello di regole che manco i giocatori conoscono bene, falli in mischia indecifrabili dalle tribune, arbitri come vigili urbani persi in tangenziale. O’Shea pur chiedendo in anticipo l’interpretazione della regola ha trovato un sì e un no, un inciampo tale da modificare 24 ore prima il piano Fox originale con Parisse e Gori a placcare il mediano Care e non solo a disturbarne le linee di passaggio. Lo stesso Poite, oltre alla fantastica battuta «Sono l’arbitro, non l’allenatore», s’è perso un paio di volte nel saltare da regola della ruck a quella del placcaggio fischiando a vanvera. Nel 1992 è cominciata la lunga e mai finita rincorsa al rugby a XIII e al modo di stare in campo, alle formazioni squadernate lungo tutta la larghezza del terreno, tutti pronti a far tutto. Celebre l’immediata lagnanza di David Campese, allora neo campione del mondo, abituato a controllare solo l’ala avversaria, sul «venir placcato da una banda di piloni vaganti che si muovono al rallenti».

Oggi che la fisicità del rugby è al limite, non si distingue un centro da un pilone, e porta all’infinita sequenza di scontri come alla necessità di stop per le “normali” commozioni cerebrali, l’eresia italiana ha fatto da specchio per tutti.

In dibattito è divampato ed è lungi dal quietarsi, qualcuno come Stuart Barnes (ex apertura inglese) ha ricordato ben altro cinismo proprio di Eddie Jones nel 2003 accusandolo di “aver rovinato il rugby” portando allora in finale contro l’Inghilterra di Jonny Wilkinson la sua Australia che collassava ad ogni mischia «costringendo Woodward a schierare un pilone esperto come Jason Leonard per tenere in piedi i piloni avversari non per farli crollare». Venticinque anni di regole su regole, implose e franate a terra dal passo di danza azzurro. La questione della sicurezza e delle salute incombono sulla discussione che porterà fine stagione a dei cambiamenti se non ad un’inversione di rotta.

E dopo il “lupo” anti Sudafrica e la “volpe” anti Inghilterra, contro la Francia cosa si inventerà? «Abbiamo altri animali nella manica», ha rivelato O’Shea che oggi annuncia i 23 anti bleus. In ballo altri 3 esordienti che - se confermati - porterebbero a 11 i debutti in 10 mesi di gestione.

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