Londra 2012, il campione olimpico è a Ponte San Nicolò con la sua nuova medaglia d’oro. «Non ho mai avuto paura, anche quando nell’ultimo tiro la freccia è finita sull’8»
La medaglia è posata sopra la sua custodia. Attorno a quel cerchio d’oro placcato, c’è un nastro viola che sfida superstiziosi e scaramantici. Eppure in questi giorni tutto il mondo guarda a Londra, sogna quei 400 grammi di metallo incastrato in un cerchio dal diametro di 8,5 cm e dallo spessore di 7 millimetri.
Marco Galiazzo di questi trofei finora ne ha collezionati tre:ad Atene 2004, Pechino 2008 e Londra 2012, il primo e l’ultimo d’oro, quello di mezzo d’argento. Sfatiamo un piccolo mito: le medaglie non sono fatte interamente di oro, argento e bronzo, anzi, in realtà di grammi d’oro ce ne sono appena 6 insieme a 38 grammi d’argento. Per il resto l’adorabile e irraggiungibile (per noi umani normodotati) patacca è composta da altri metalli estratti tutti dalle miniere di Rio Tinto nello Utah.
«No, non ho avuto paura. Anche all’ultimo tiro, quando ho fatto 8. Ci sono troppe componenti che intervengono al momento di un tiro. Basta un colpo di vento per trasformare un tiro perfetto in un tiro sbagliato».
Marco è tornato sul suo campo di allenamento, in via Francia, a Ponte San Nicolò. Sul prato ci sono i bersagli, posizionati a distanza variabile. Quello da settanta metri si fa fatica a vederlo, o meglio, si fa fatica a vedere quei dodici centimetri di cerchietto che rappresentano il sogno di ogni arciere. Il caldo del pomeriggio d’agosto contribuisce a rendere il poligono quasi deserto. A fargli festa ci sono un paio di giornalisti, altrettanti fotografi, tre amici di vecchia data e la sua Gloria, che stavolta non è una medaglia, bensì una bella ragazza torinese che da quattro anni è la sua fidanzata. Lo stuzzichiamo: allora ti sposi? ma lui resta impassibile, manco fosse su una pedana olimpica. «Quest’anno no, e neppure il prossimo. Però lo faremo».
L’ammissione non scuote l’improvvisato pubblico. Chi conosce Marco sa benissimo che non è tipo da colpi di testa. La sua calma olimpica dovrebbe essere messa sotto tutela, una sorta di copyright da utilizzare come calmante, da ansiolitico pre-gara.
«Non tocchiamo questo tasto dopo quello che è successo ad Alex Schwazer. Il doping è da condannare, sempre. Certo ci sono specialità dove questa pratica è più ricorrente e può portare indubbi vantaggi. No, nel tiro con l’arco non credo possa servire a qualcosa. E poi da noi è vietato praticamente tutto, anche un semplice ansiolitico. La verità è che nel nostro sport le variabili sono davvero infinite. Il vento è quello che decide tutto. Basta una folata improvvisa e cambiano tutte le condizioni ambientali. Chi ci guarda deve sapere che a volte non è sufficiente essere bravi. Certo se facessero disputare le gare dentro un capannone, con la stessa luce per tutti gli arcieri, allora si potrebbe capire chi si è preparato meglio, chi è più bravo».
Marco sorride, scambia uno sguardo complice con la sua Gloria, anche lei arciera, anche se non ancora assurta agli onori della Nazionale. «Non siamo appetiti dagli sponsor che vedono solo il calcio, ma lo consiglio ai ragazzi: permette di crescere e di formare un carattere forte, senza condizionamenti.
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