Match sospeso, giocatori costretti a togliersi la maglia, bambini in fuga dalle tribune
di STEFANO EDEL
Il calcio italiano ostaggio, ancora una volta, degli ultras. È successo a Genova ieri pomeriggio, durante la partita con il Siena. Ad un certo punto - era iniziato da pochi minuti il secondo tempo, sul 4 a 0 per i toscani - si sono notati strani movimenti nella gradinata opposta alla tribuna centrale e, subito dopo, un fuggi fuggi generale, con bambini impauriti e genitori terrorizzati che lasciavano lo stadio. Poi l’ignobile trattativa, condotta in un clima irreale, fra i giocatori rossoblù da una parte e quei tifosi (un eufemismo, scusateci) arrampicatisi sul plexiglass che separa gli spalti dal campo.
No, non è possibile che sia accaduto un’altra volta, e nello stesso impianto dove due anni fa Italia-Serbia non si giocò per le intemperanze degli ultras di Belgrado. Allora l’incontro fu cancellato per motivi di ordine pubblico, stavolta, bontà loro, è potuto riprendere dopo 45 minuti di stop. Ovviamente, in condizioni allucinanti, si è andati avanti solo per onor di firma.
Viene da sorridere, ma di un sorriso amaro e ironico, all’idea che quei giovani con il cappuccio calato in testa e il volto celato da foulard e fazzoletti fossero gli stessi che, alle 15, si erano fermati in silenzio a ricordare Piermario Morosini, morto mentre giocava a pallone, la sua grande passione. Quanta ipocrisia e falsità, quanti discorsi a vanvera ascoltati in questi giorni. Tutto inutile, alle nostre latitudini ultimamente è difficile stilare una classifica del peggio del calcio.
Ci mancava, a livello di casistica, l’indegno spettacolo di giocatori che si sfilano la divisa da gioco perchè così ha deciso un branco di violenti senza più controllo. Come se la sconfitta non dovesse più rientrare nella logica dello sport, che prevede vincitori e vinti. Domanda: si può perdere oppure, tra le nuove regole codificate dal popolo ultrà, è scritto che ad ogni risultato negativo debba seguire il “sequestro” della gara stessa?
La follia di Marassi, che supera per certi aspetti la sfrontatezza di coloro che all’Olimpico, il 21 marzo 2004, bloccarono un derby Lazio-Roma inventandosi la notizia di un ragazzino morto investito da un’auto della polizia in scontri mai avvenuti all’esterno dello stadio, accende una nuova spia di allarme nel Paese: la malattia non è debellata, anzi. Altrochè tessera del tifoso da rivedere, qui bisogna fare pulizia del marcio che cova sugli spalti. Cellule impazzite fanno e disfano a loro piacimento, arrivando a ricattare i protagonisti in campo su ciò che c’è di più sacro, la maglia. Un ricatto inammissibile, da respingere con fermezza: guai a cedere, consegneremmo definitivamente lo sport più amato (e ora vilipeso) a “barbari” scatenati.
A Padova, venerdì scorso, fuori dall’Euganeo qualcuno ha cercato di farsi giustizia dopo che la squadra di casa era stata battuta 6-0 dal Pescara, subendo una lezione di calcio. La reazione c’è stata, con sparo di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine. Morale: nessuno ha sfondato i cancelli e, ragionando e parlando, si è tornati alla calma. A Genova è la seconda volta che la storia si ripete: dobbiamo forse pensare che ci siano metodi e “filosofie” diversi nel modo di trattare con gli ultras da città a città? Il dubbio, stavolta, è più che fondato.
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