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«Per me è stato amico e maestro»

Menorello: dopo la gogna di Tangentopoli ha considerato chiusa la sua stagione

PADOVA. «Per me è stato un amico e un maestro». Domenico Menorello, che nella passata legislatura ha rappresentato in Parlamento Energie per l’Italia, ricorda con commozione la figura del leader doroteo Franco Cremonese.

Come vi siete conosciuti?

«Io l’ho conosciuto dopo il suo fulgore. Sono stato l’ultimo delegato provinciale dei giovani della Democrazia cristiana. Ero in carica da poche settimane quando è scoppiata Tangentopoli. Ogni giorno per i big del nostro partito c’era un problema giud ...

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PADOVA. «Per me è stato un amico e un maestro». Domenico Menorello, che nella passata legislatura ha rappresentato in Parlamento Energie per l’Italia, ricorda con commozione la figura del leader doroteo Franco Cremonese.

Come vi siete conosciuti?

«Io l’ho conosciuto dopo il suo fulgore. Sono stato l’ultimo delegato provinciale dei giovani della Democrazia cristiana. Ero in carica da poche settimane quando è scoppiata Tangentopoli. Ogni giorno per i big del nostro partito c’era un problema giudiziario. Io, che non sono mai stato un giustizialista, gli ho scritto un biglietto di solidarietà. Dopo gli arresti domiciliari mi ha fatto cercare e ci siamo visti. Così ho cominciato a condividere la sua sofferenza umana».

Certo, Cremonese ne aveva di cose da raccontare.

«Sì, negli anni ho potuto ascoltare i suoi ricordi e capire come una classe dirigente aveva concepito il suo ruolo di guida del Veneto. Attraverso i racconti Franco ho potuto rivivere alcune grandi scelte. Ad esempio di come, da giovane sindaco di Lozzo Atestino, si era esposto personalmente per garantire dei prestiti a favore dei suoi cittadini. E come, più da assessore regionale, era stata ideata la terza corsia dell’autostrada Serenissima».

Cremonese era stato il braccio destro di Toni Bisaglia.

«Bisaglia lo mandava, di comune in comune, di sezione in sezione, a capire da dove arrivano le preferenze. Se a Megliadino San Vitale c’erano dieci amici, bisognava individuarli e ringraziarli. Così si creava una trama di relazioni unica. Basti pensare alle Politiche dell’aprile 1992 quando Franco, che allora era presidente della Regione, riuscì a mandare in Parlamento, a suon di preferenze, tre facce nuove: Stefano Berni della Coldiretti, un giovane sindaco come Antonio Cancian e una donna, Gabriella Zanferrari».

Chi era Cremonese nel privato?

«Era una persona che viveva una sua religiosità autentica. L’ho visto perdonare decine di volte torti importanti che gli erano stati fatti. E grazie alla rete di relazioni che aveva costruito negli anni continuava a restare, con semplicità, un punto di riferimento per tantissimi che gli chiedevano un consiglio: giovani coppie che cercavano un lavoro o che volevano mettere su casa. Nonostante quello che gli era successo, non serbava rancore».

Da uomo più potente del Veneto a privato cittadino.

«Esposto all’ingiusta gogna di Tangentopoli. Ha venduto tanti suoi beni per pagare gli avvocati. Ma non ha mai pensato di tornare a fare politica in prima persona. Ha pensato che la sua stagione si era conclusa ma non ha mai fatto mancare consigli ad altri, aiutandoli a crescere. È stato un grande maestro. Mi ha trasmesso un’idea di politica fondata su una grande passione per il territorio».

La sua ultima avventura politica portò nel 1999 all’elezione a sindaco di Padova di Giustina Destro.

«La sua amicizia con Vittorio Casarin permise a un gruppo di giovani di arrivare al governo della città. Per sé Franco non ha mai chiesto nulla. Già riteneva il più grande onore avere avuto la possibilità di fare il presidente della Regione. Coltivava relazioni importanti con il mondo bancario e con quello industriale, ma con le persone costruiva sempre un rapporto di amicizia. Si metteva ai fornelli della cucina della sua casa di Valnogaredo per intrattenere gli amici. E poi, anche da presidente del Veneto, non rinunciava ai suoi momenti privati: è andato a scalare sulle Ande con il Cai; tagliava la legna; raccoglieva le olive; preparava il maiale».

Alle Regionali del 1990 Cremonese, che raccolse 31.927 preferenze, dovette subire lo smacco di farsi superare da Maurizio Creuso, che arrivò a 32.190.

«Fu una competizione vera. Ma, una volta finita la campagna elettorale, i rapporti tornavano quelli di due amici».

L’ultima soddisfazione?

«Fu felice quando io entrai in Parlamento».