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Elezioni all’estero alla Corte costituzionale

Ordinanza del giudice di Venezia: «Ombre sul suffragio per corrispondenza». Guadagnini: «Rinviare tutto»

VENEZIA. «Non si voti il 4 marzo, le elezioni politiche rischiano di essere falsate dalla legge che regola il voto degli italiani all’estero». Una denuncia perentoria, quella arrivata ieri mattina dal consigliere regionale Antonio Guadagnini (Siamo Veneto), affiancato dagli avvocati Giovanni Fabris e Andrea Favaro. L’oggetto del contendere è la legge 459 del 2001, che disciplina l’esercizio del diritto di voto per corrispondenza degli italiani residenti all’estero (quasi cinque milioni gli iscritti all’Aire), e che per la prima volta arriverà dinanzi alla Corte Costituzionale.

È un sistema che sembra fare acqua da tutte le parti, come da ultimo hanno denunciato i servizi televisivi de Le Iene. In particolare, i problemi riguardano tutte le prerogative del voto prescritte dalla Costituzione: la personalità, non garantita perché manca qualsiasi tipo di controllo durante il voto; l’uguaglianza, perché molti sono stati i casi documentati di compravendita di schede e di voto multiplo (anche centinaia di preferenze espresse da un solo elettore); la libertà da qualsiasi costrizione; la segretezza. Problematiche, peraltro, ben note anche al Ministero degli Esteri: «Questo sistema di voto è totalmente inadeguato, soggetto a variabili incertezze, se non contrario ai principi costituzionali», dichiarò Cristina Ravaglia, direttore generale della Farnesina per gli italiani all’estero nel 2013. Una materia delicata (come dimostrano le passate tribolazioni del Porcellum), su cui adesso dovrà pronunciarsi la Consulta.

Tutto nasce a novembre 2016, quando gli avvocati Giovanni Fabris e Andrea Favaro depositano presso il Tribunale di Venezia un doppio ricorso a tutela di un cittadino italiano, Pier Michele Cellini, residente in Slovacchia, iscritto all’Aire del Comune di Venezia, e dello stesso Guadagnini affinché si estenda anche ai residenti in Italia la legge 459. Secondo i due legali, il diritto di voto di Cellini in occasione del referendum tenutosi ad aprile 2016 (sulle trivellazioni) sarebbe stato leso dalla legge sul voto all’estero, che non garantisce quanto prescritto dall’articolo 48 della Costituzione («Il voto è personale ed eguale, libero e segreto»). Di conseguenza, al giudice di primo grado si chiede l’intervento della Corte Costituzionale.

Il 13 ottobre 2017, a distanza di quasi un anno, la dottoressa Silvia Barison (Terza Sezione del tribunale civile di Venezia) scioglie la riserva e lo scorso 5 gennaio emana un’ordinanza. «Il voto per corrispondenza presenta tali e tante ombre – si legge nell’ordinanza – da far persino dubitare che possa definirsi “voto”, almeno nell’accezione in cui tale termine è usato dalla Costituzione». Seguendo un iter ben più celere rispetto, ad esempio, al ricorso contro il Porcellum intentato dall’avvocato Bozzi (che riuscì ad arrivare davanti alla Consulta solo dopo tre gradi di giudizio), il tribunale veneziano ha accolto la richiesta dichiarando la “rilevanza” e la “non manifesta infondatezza” della questione di legittimità costituzionale. A detta del giudice, oltre all’articolo 48, sarebbe forzato lo stesso articolo 1 della Costituzione («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»).

In più, il Tribunale di Rialto cita una precedente pronuncia. Nel 2003 la Consulta, esaminando un conflitto tra poteri dello Stato, lasciò intendere «la necessaria attuazione di nuove norme costituzionali relative allo svolgimento di procedimenti elettorali nel territorio di Stati esteri».

E adesso? A livello giuridico, bisognerà attendere una serie di tempi tecnici e da fine gennaio si saprà qualcosa in più circa i tempi per una pronuncia in merito. Tra le possibilità, anche quella di un’ordinanza sospensiva della norma del contendere in vista delle prossime elezioni. A livello politico, invece, la partita è tutta da giocare. «La questione era risaputa, ma noi siamo stati i primi a muoverci. Si tratta del voto di quasi 5 milioni di persone, su un totale di 40 – tuona Guadagnini – non si può votare con questa pendenza, in ballo ci sono
i principi costituzionali. Votare, ancora una volta, con una legge sulla quale pende un giudizio di incostituzionalità sarebbe gravissimo e non è accettabile una sanatoria a posteriori come con il Porcellum». Le elezioni politiche del 4 marzo si avvicinano, il tempo stringe.



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