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Referendum autonomia, Frigo: "Occasione persa 10 anni fa"

L'ex eurodeputato: Galan allora fu fermato da Berlusconi e Bossi

PADOVA. L’autonomia? La vera battaglia l’abbiamo persa nel biennio 2008-2010, quando il presidente Galan si è sentito dire dal governo Berlusconi-Bossi che non c’era spazio per concedere la “devolution” al Veneto, a causa del debito pubblico pesantissimo che portava l’Italia verso il default, come s’è poi visto nel 2011».

Franco Frigo non ha più incarichi istituzionali: l’ex pupillo di Fracanzani, è stato presidente della giunta regionale dal 1992 al ’93, fino al 2010 ha occupato i banchi del consiglio regionale veneto ed è poi approdato all’Europarlamento nel Pd. L’altra sera era a Vicenza con Variati, il sottosegretario Bressa e il governatore dell’Emilia Bonaccini dove è tornato a parlare di politica.

Ingegner Frigo, nel 2007 lei, Variati, Cacciari, Zanonato e Galante avete presentato una proposta di legge che di fatto chiedeva al presidente Galan di avviare la trattativa con il governo per attuare il federalismo fiscale sulla base dell’articolo 116, terzo comma della Costituzione: perché tutto è naufragato?

«Galan si è dovuto arrendere di fronte alle resistenze del suo governo, guidato da Berlusconi, nel periodo 2008-11. L’allora capogruppo della Lega, Manzato, sosteneva che la strategia di Bossi era la dissoluzione dello Stato italiano, travolto dal debito pubblico, dalle cui ceneri sarebbe nata la Padania. Dieci anni dopo Veneto e Lombardia convocano un referendum e danno l’illusione di risolvere tutto con il voto: non sarà così. Io non andrò alle urne. La trattativa con il governo sarà molto complessa e come diceva De Gasperi l’autonomia funziona se offre servizi più efficienti e meno cari rispetto a quelli di Roma. Anche oggi una parte della Lega cavalca la vicenda della Catalogna e la storia insegna che Barcellona è piombata nel caos perché lo storico partito autonomista ha dovuto formare un governo con gli indipendentisti e gli equilibri sono saltati. Certo, la repressione di Rajoy è sbagliata, ma chi pensa di dare una spallata a Roma con il voto lombardo-veneto scherza con il fuoco: viene giù tutto».

A suo parere quindi non è possibile la “mini-devolution costituzionale “?

«Facciamo un esempio concreto: la pubblica istruzione. Non credo che gli insegnanti accettino di passare dallo Stato alla Regione Veneto: temo rivolte, già annunciate un decennio fa. Il crac delle due banche popolari ha incrinato la fiducia nella classe dirigente locale e nelle famiglie serpeggia la rabbia. L’unico caso di federalismo stradale lo abbiano creato noi nel 2005 con Veneto Strade, che rischia la chiusura sommerso dai debiti. Zaia mi sa spiegare perché Viabilità Vicentina, controllata dall’omonima Provincia, gode invece di ottima salute?».

Il cuore della trattativa riguarderà il residuo fiscale: se lei fosse presidente del Veneto, quali competenze vorrebbe ottenere da Roma?

«Sul residuo fiscale c’è un balletto di cifre assurdo: per Zaia il Veneto lascia 17 miliardi a Roma e così pure l’Emilia, ma Bonaccini ha spiegato che se calcoliamo la spesa previdenziale si scende a 3 mld e con altre funzioni si finisce per incidere sul deficit pubblico. Il referendum

del 22 ottobre è inutile, ma credo che il Veneto debba puntare su 3 materie nel negoziato: la ricerca, l’innovazione tecnologica con le reti di tlc e l’economia digitale; la difesa e la sicurezza del suolo dal rischio idraulico e sismico e poi il lavoro. La scuola no. Non si tocca».

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