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Addio a Sinigaglia, il Veneto perde il suo ultimo cowboy

Ricoverato per un'infezione al piede, è morto per un'emerrogia cerebrale. Conquistò l'Est con le calzature Simod, l'avventura in Alpi Eagles gli fece toccare l'apice e poi conoscere il declino

PADOVA. Paolo Sinigaglia è morto mercoledì mattina per emorragia cerebrale. L’avevano ricoverato venerdì per un’infezione al piede. Sembrava la solita routine, alla quale era costretto dal diabete, invece il quadro è precipitato. Per i familiari è stata una morte improvvisa, anche se la perfetta salute Paolo, 72 anni, nato a Cona, non la conosceva da tempo.

«La vita è come un film western, il buono vince il cattivo muore» amava ripetere negli anni ruggenti dei Galan Boys, di cui è stato un protagonista. Il buono naturalmente era lui. «Siamo nati vicino alla camera dei salami, non dentro», altra frase preferita. Assieme a quella con cui chiudeva a scavalco le argomentazioni: «Articolo quinto, chi ga i schèi ga vinto».



Adesso che corre nei verdi pascoli senza più il freno di quel piede che non guariva mai, forse correggerà il tiro: anche i buoni muoiono, supposto che lui lo fosse. Prima dei cattivi, per giunta. E la vita sarà anche un film western, ma non sempre chi gà i schèi gà vinto. Lui ne è stato la prova: soldi ne aveva fatti, tanti. Eppure non gli sono bastati per evitare il disastro di Alpi Eagles, in cui ha trascinato anche le sue aziende. Con i politici amici che venivano a piangere calde lacrime di coccodrillo.

Se ne va un imprenditore che ha lasciato il segno nel Veneto, nel bene e nel male. La sua è una esemplare storia veneta. Orfano di padre a 12 anni, primo di quattro figli, in collegio dai salesiani di Mogliano per le medie, tornava a casa il venerdì per aiutare la madre nel negozio di alimentari di Pontelongo. Adolescenza passata a fare il capofamiglia, dopo i vent’anni aveva già aperto con un socio la fabbrica di stivali e suole di gomma, la Simod, sfruttando un brevetto con il quale ha invaso i mercati dell’Est.

Al seguito di Gianni De Michelis ministro degli esteri, Sinigaglia ha importato calciatori russi dall’Unione Sovietica. È stato sponsor di Formula 1, mecenate delle squadre del Petrarca di Padova, delocalizzatore con attività in mezzo mondo, da Taiwan ad Atlanta, da New York a Berlino a Hong Kong. Ruspante ma rapido nelle decisioni, intuitivo e sbrigativo, dotato di robusta mandibola, finanziere e amico di banchieri. Quando Berlusconi scende in campo, Paolo è già amico di Giancarlo Galan e gli presta uno stabile in via Cigolo a Padova per aprire la sede regionale di Forza Italia. Galan lo piazza alla guida di Veneto Sviluppo, la finanziaria regionale, poltrona dalla quale Sinigaglia pilota il salvataggio della compagnia aerea Alpi Eagles, installandosi ai comandi.

Sembra il culmine del successo. Sinigaglia imprenditore privato prestato alla politica si candida addirittura a rilevare Alitalia che naviga tra i debiti e ha annunciato 2500 esuberi. È l’estate del 2001 ma il governo amico con Giulio Tremonti ministro dell’Economia e Antonio Marzano dell’Industria gli volta le spalle. Comincia la parabola discendente. Alitalia gli francobolla le linee grazie all’alleanza con Volare Group, compagnia privata veneta, che fa partire un aereo 5 minuti prima o 5 minuti dopo ogni volo Alpi Eagles. È chiaro che vogliono stritolarlo.

Alpi Eagles annaspa ma è Volare che va in crisi: nel 2004 si scopre un buco di 310 milioni di euro (saranno oltre 500 al processo), gli amministratori sono arrestati per falso e truffa. Qui c’è un altro snodo: il governo Berlusconi vara il salvataggio di Volare in bancarotta, non di Alpi Eagles messa a stecchetto dalla Save dall’altro Galan Boy, Enrico Marchi, che non gli fa sconti sulle tariffe. Mentre invece concede dilazioni sui debiti di Volare. I due si detestano cordialmente. Nel film western di Sinigaglia, Marchi è il cattivo che dovrebbe morire. Invece a morire è Alpi Eagles: il 1° gennaio 2008 gli aerei sono a terra. Comincia la trafila nei tribunali, non ancora finita. Per inciso è finita invece quella di Volare: per il crac della compagnia lo scorso 31 marzo il tribunale di Brescia ha condannato cinque ex amministratori a pene da 4 a 6 anni.

Inseguito da citazioni, in lotta con le banche, Sinigaglia si è difeso fino all’ultimo da solo. E i vecchi amici, quelli che l’avevano portato al successo quando a loro serviva e abbandonato quando era diventato scomodo? «Li incontro qualche volta in ristorante a Roma», ci diceva prima dello scandalo Mose. «Vengono a salutarmi. A volte hanno timore, altre volte sono sicuri di tenere tutto sotto controllo. Invece è una pentolaccia vecchia in ebollizione». Si è visto quanta ragione aveva.

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