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Ferisce l’ex dipendente e uccide l’accompagnatore

Tragedia a Bagnoli, il titolare ha poi cercato di nascondere il corpo: arrestato

BAGNOLI DI SOPRA. Dopo la prima coltellata, presa di striscio sulla spalla, è diventata una questione di rispetto. E le questioni di rispetto, in casa Allia, si regolano così. Benedetto, ventottenne siciliano d’origine, ha imbracciato il fucile a canne mozze e ha sparato. Ha ucciso Francesco Mazzei, calabrese di 38 anni. Ha ferito Yassine Lemfaddel, 29 anni, marocchino con residenza a Treviso. Poi ha cercato di disfarsi del cadavere, trascinandolo in fondo al capannone dell’azienda che gestiva insieme al padre. Un papà con un nome pesante come quello di Salvatore Allia, attualmente in carcere per omicidio e soppressione di cadavere. È una storia di gente feroce quella venuta a galla ieri mattina a Bagnoli, tra la zona artigianale e la provinciale che porta al centro del paese. «Aiutatemi, sto morendo. È stato Benedetto», sono le ultime parole pronunciate dal marocchino nel bar dell’area di servizio Af Petroli, poco dopo aver preso una fucilata in pancia, poco prima di cadere a terra sul suo stesso sangue. Un siciliano che uccide un calabrese, sullo sfondo le fabbriche della Bassa padovana. Le mani dei carabinieri ora dovranno scavare anche nella melma del crimine organizzato.

Giovane, bello, ricco, portato in palmo di mano da un padre che davanti all’universo di Facebook scrive: “Tutto quello che ho. Prima lui poi io”. Lo stesso padre che, sempre pubblicamente, sorride quando il figlio gli ruba la Ferrari per farsi un giro. Un mondo di cristallo che nascondeva qualcosa di torbido. Erano in molti a sospettarlo nella zona artigianale di Bagnoli, dove tutti conoscono tutti perché i bar e i ristoranti si contano sulle dita di una mano. Benedetto Maria Allia arrivava con i suoi bolidi a due o quattro ruote, passava e sorrideva compiaciuto. La gente lo guardava e si faceva mille domande. Sul padre, prima di tutto, ma anche su di lui.

L’esplosione di violenza di ieri apre uno squarcio nella vita di questa famiglia siciliana trapiantata, che stava provando a metterci una pezza, nel tentativo di cancellare con un colpo di spugna le condanne, gli anni di carcere, la giustizia che incombe con il fiato sul collo.

Il destino gli ha presentato il conto poco prima delle 10.30 di sabato. Si è materializzato davanti ai cancelli dell’azienda L.B. di via Ottava strada, attraverso una vecchia Mercedes con a bordo due brutti ceffi. Un nordafricano alla guida e il suo amico calabrese deciso ad aiutarlo. Secondo quanto emerso grazie alle indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo provinciale, Yassine Lemfaddel era furioso. In passato aveva lavorato nell’azienda che si occupa di sabbiatura dei metalli ma non era mai stato pagato. Ha affrontato il giovane titolare dell’impresa con un coltello. L’ha colpito alla spalla, forte della presenza dell’amico accanto. La dinamica ricostruita vede Benedetto Allia correre nel suo ufficio, armarsi con un fucile a canne mozze e fare fuoco. Il primo colpo ha steso il calabrese Francesco Mazzei, colpito alla schiena forse in un tentativo di scappare verso l’uscita. Un altro colpo ha preso in pieno ventre il nordafricano. Sulla scena del delitto i bossoli erano sei, quindi è plausibile che altri colpi siano stati sparati a casaccio in preda alla furia del momento. Yassine Lemfaddel è riuscito a correre in cortile, sorreggendosi sulla carrozzeria della vecchia auto e salendo con un ultimo colpo di reni nell’abitacolo. Nonostante il sangue che usciva e impregnava il sedile è riuscito a percorrere quasi un chilometro, fino all’area di servizio dove a fine turno di lavoro era solito andare a bere l’aperitivo. Nel locale l’hanno visto arrivare barcollando. È riuscito a biascicare poche parole, poi è crollato. Ora è ricoverato in prognosi riservata all’ospedale di Padova.

In meno di dieci minuti i carabinieri sono arrivati a Benedetto Allia. L’hanno trovato ancora nel suo capannone. A terra i segni di trascinamento del cadavere. Un cadavere sottoposto all’esame del professore Massimo Montisci. Dopo un pomeriggio di interrogatori, dopo aver sentito una decina di persone, dopo aver messo alle strette il giovane rampollo siciliano, i carabinieri hanno fatto scattare l’arresto per omicidio e tentato omicidio. Tuttavia, c’è ancora molto da
chiarire. C’è un’azienda che ha cambiato tre sedi in due anni e che conserva ancora legami con la Sicilia, c’è un groviglio di società che fanno capo a padre e figlio. E c’è un passato che ora incombe con tutto il suo carico di sangue.

e.ferro@mattinopadova.it



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