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Nel diario di Meriem la pista per l’Isis

Scoperto un numero di telefono segreto, ora indagini sui contatti con Sonia. Rehaily al padre: processatemi in Italia

PADOVA. Un numero di telefono che porterebbe ai reclutatori di Meriem Rehaily. È quello scoperto nel diario scolastico della ventiduenne marocchina di Arzergrande a processo per terrorismo internazionale; il documento è stato depositato martedì dalla Procura nel corso della prima udienza in tribunale a Venezia.

Il numero segreto. Il diario, senza copertina, era stato sequestrato dopo la scoperta di alcune frasi scritte dalla ragazza che dimostrerebbero l’adesione al fondamentalismo islamico tra cui «Spero nel martirio così vado in Paradiso» con sotto una serie di cuoricini. Ma al di là della professione di fede da parte dell’ “araba” (come Meriem veniva chiamata a scuola), i carabinieri del Ros che hanno condotto le indagini coordinate dal pm Francesca Crupi, hanno trovato molto di più: alcuni numeri di telefono sospetti, sui quali sono state avviate le indagini. E «rilevante», è stato definito in aula dagli investigatori del Ros, uno di quei numeri.

Le tracce venete. Il numero potrebbe portare ai reclutatori di Meriem e quindi farebbe luce non solo sul ruolo e l’attività della giovane, ma anche su altri foreign fighter e più in generale sulla pista islamica veneta. Gli investigatori stanno cercando al riguardo possibili collegamenti tra Meriem e la tunisina Sonia Khediri di 22 anni, partita da Fonte il 26 agosto 2014 e approdata successivamente a Raqqa in Siria dove, secondo alcune notizie di stampa, avrebbe sposato il numero due dell’Isis Abu Hamza e sarebbe diventata madre. A far sospettare un collegamento tra le due ragazze che vivevano in Veneto in famiglie all’apparenza perfettamente integrate, è la telefonata di Meriem al padre del 27 gennaio 2016 quando lui le chiede novità sulla tunisina che l’aveva contattata poco tempo prima. Lei gli risponde: «Non l’ho ancora vista, è del Veneto comunque...», intimandogli poi di non dire nulla perché «ogni parola che esce dalla tua bocca mi mette nella merda». L’inchiesta aperta su Sonia dalla Procura di Venezia e tesa ad accertare se è effettivamente diventata una foreign fighter, si collega strettamente a quella su Meriem; trovare l’una (su Rehaily pende un mandato di cattura internazionale) significherebbe rintracciare anche l’altra la cui scomparsa è stata denunciata dal padre.

Meglio il processo in Italia. Ma c’è un’altra telefonata di Meriem su cui martedì in aula il padre della giovane, Roudane, è stato sentito a lungo: quella del 15 novembre 2016, l’ultimo contatto noto tra i due. L’uomo invita la figlia a rientrare in Italia, lei obietta che non è così facile perché le frontiere sono chiuse e perché le sue foto sono appese all’ambasciata turca ed è dunque ricercata. Poi però aggiunge che preferisce essere processata in Italia piuttosto che in Turchia.

«Vado al mare». Per il suo legale, l’avvocato Andrea Niero, il processo a Meriem dovrà chiudersi con un’assoluzione, mancando elementi probatori sulla sua militanza nell’Isis. La stessa fuga segreta della giovane da Arzergrande, ha sottolineato Niero, non era tale: la mamma Khadija la vide andarsene con uno zainetto in spalla, alle 7 del 14 luglio 2015. «Vado al mare a Jesolo»,
le disse Meriem. La mamma non si insospettì e non provò a fermarla. E non costituisce una prova, secondo l’avvocato, il fatto che la giovane avesse comprato occhiali da sole e cuffiette all’arrivo ad Istanbul (comportamenti contestati dall’accusa perché previsti dal manuale jihadista).

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