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Due “dighe” anti-Pfas per depurare le acque

Miteni attiva i pozzi di protezione, già filtrati 2,6 milioni di metri cubi

TRISSINO. «Per carità, non chiamatelo il Mose dei Pfas, qui di guai ne abbiamo già abbastanza».

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Sorridono a denti stretti i tecnici di Miteni che lavorano alla doppia barriera di protezione ideata per arginare la contaminazione della falda sottostante gli impianti chimici di Trissino. Niente dighe mobili in effetti - anche se il potenziale bacino di “pescaggio” supera per entità la laguna di Venezia - ma due distinti circuiti di pozzi, in totale un ventina, scavati a sud dello stabilimento, perché in questa direzione, da monte a valle, procede il flusso delle acque.

Così le trivelle perforano il terreno a quindici metri di profondità, fino al contatto con la roccia, e le pompe prelevano il liquido inquinato dalle sostanze perfluoroalchiliche riportandolo in superficie dove avviene la depurazione attraverso i filtri di carbonio attivo; finalmente “ripulite”, le acque vengono reimmesse in falda: il trattamento, in tre mesi, ne ha depurato circa 2,6 milioni di metri cubi, volume imponente in sé ma poca cosa rispetto al gigantesco flusso sotterraneo che rifornisce gli acquedotti di una sostanziosa fetta del Veneto. La procedura, concordata con l’Arpav, sta fornendo risultati complessivamente apprezzabili: le analisi compiute sui campioni filtrati - prima della “restituzione” alla falda - hanno pressoché confermato (con l’unica eccezione di un pozzo) l’eliminazione dei Pfas. Ora si attende la prova del nove rappresentata dalle precipitazioni, quando il sistema sarà chiamato a neutralizzare gli effetti dell’innalzamento di falda. «Crediamo che quest’opera contribuisca al programma di bonifica», afferma l’amministratore delegato della multinazionale, Antonio Nardone «e proseguiremo su questa strada, se necessario incrementando anche le barriere di protezione».

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«Apprezziamo la buona volontà, tutto ciò che favorisce la riduzione degli elementi tossici è il benvenuto ma temo che si stia tentando di svuotare il mare con un secchiello», commenta a distanza Domenico Mantoan, il direttore della sanità regionale che abita nella “zona rossa” di Brendola e, per un trentennio o giù di lì, ha sorseggiato l’acqua contaminata; «A parte l’estensione colossale della falda, stiamo parlando di sostanze la cui dissolvenza richiede un secolo mentre i flussi idrici si muovono alla velocità media di un chilometro l’anno». Una mano arriverà anche dalla rete di nuovi pozzi scavati a Carmignano di Brenta per volontà dell’assessore all’ambiente Giampaolo Bottacin, che attende però i quattrini («80 milioni, ma ci basterebbero rate annuali da 10») annunciati dal ministero per realizzare il collegamento con la falda “madre” di Almisano. Basterà a spazzare via i residui chimici che hanno causato alla popolazione aumento della pressione sanguigna, picchi di colesterolo e aumento del diabete? Probabilmente no, tanto che il pragmatico Mantoan apre a sorpresa alla possibilità di sperimentare l’efficacia di un batterio “mangiaPfas” adottato da decenni in Giappone e impiegato in tempi più recenti in Alaska per fronteggiare grandi inquinamenti marini generati da sversamenti petroliferi. A suggerirlo, mesi fa, sono stati i consiglieri del M5S per voce del biologo Domenico Prisa, che in terra nipponica ha partecipato a svariati progetti di bonifica basati sul’utilizzo di microrganismi. «Sia chiaro», conclude il manager «sto parlando di test preventivi, condizionati alla supervisione scientifico dell’Istituto superiore di sanità che ci assiste nel piano di monitoraggio della popolazione. Tuttavia, escludere a priori l’opzione mi parrebbe un errore».
 

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