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Ospedali: burqa vietati, pistole ammesse 

Lega e centrodestra approvano la legge regionale sull’accesso ai luoghi pubblici, proibito anche il velo islamico integrale

VENEZIA. È una legge in salsa texana quella licenziata dall’assemblea del Veneto: porte aperte, negli ospedali e altrove, a chi detiene un’arma per difesa personale; vade retro alle donne che indossano burka o niqab (il velo integrale islamico) e a quanti nascondono il volto con caschi, passamontagna, maschere e via travisando. Così recita il nuovo regolamento di accesso alle sedi istituzionali di competenza regionale (sanità, consorzi, agenzie, uffici Ater e palazzi amministrativi, tra gli altri) approvato a maggioranza - 30 sì, 1 astenuto, 12 contrari - tra le (vane) proteste dell’opposizione.

Tant’è. L’intento iniziale del provvedimento, illustrato in aula dal leghista Alberto Villanova, mirava a garantire maggiore sicurezza negli edifici pubblici, in linea con la legislazione nazionale che vieta l’ingresso a quanti occultano i connotati fisici e celano la loro identità. Ampio il consenso iniziale in fase di discussione finché l’imprevedibile Sergio Berlato - capogruppo di Fratelli d’Italia e gran patrono delle doppiette - piazza un emendamento che concede il nullaosta a chi, in possesso di porto d’armi dettato da esigenze di incolumità personale, circoli con una sputafuoco: «Che c’è di strano? Una persona a rischio, alla quale la prefettura rilascia il porto d’armi con rigorosa verifica psico-attitudinale annuale, ha l’esigenza di tutelare la propria incolumità ovunque perché i criminali, che delle regole se ne infischiano, possono colpire in ogni momento», replica ai critici.

Vabbé. La circostanza fa sobbalzare Andrea Zanoni, nemico per la pelle di Berlato, che la giudica poco meno di un omaggio ai terroristi: «Questa legge non stanzia un euro per i sistemi di sicurezza perciò, in assenza di metal detector, negli ospedali le uniche persone bloccate saranno quelle travisate, burqa o non burqa, mentre quelli che entreranno a viso aperto, con armi “regolari” oppure esplosivi, non incontreranno alcun ostacolo. Altro che sicurezza, questo è un incentivo alle sparatorie». Inviperito anche Graziano Azzalin del Pd: «Alla Lega importava solo il “no” al burqa, il resto non conta. Questo pessimo testo, propagandistico e discriminatorio, ha impantanato il Consiglio per ore; non serve a una madonna, lo dico con rispetto pensando alla processione mariana per la pioggia dell’assessore Pan, e ci ha distolto da problemi ben più seri. Noi eravamo disponibili ad un accordo ma dall’altra parte volevano ad ogni costo la legge-bandiera». Contrari i dem, Piero Ruzzante di Articolo 1(«Sprecata un’occasione per garantire davvero maggiore sicurezza ai cittadini») e i 5 Stelle con la consigliere-poliziotta Patrizia Bartelle (che la pistola l’ha usata davvero in un paio di sparatorie con bande di rapinatori) sbalordita e «indignata» per la «superficialità di un provvedimento che «scimmiotta, peggiorandole però, misure già previste dalle legislazione nazionale.

A difendere il provvedimento il blocco compatto di Lega e centrodestra, con Massimiliano Barison (Forza Italia) che nega ogni forzatura ideologica: «Mi sarei aspettato una convergenza unanime, è ora di smettere il buonismo di maniera e alzare l’asticella dell’allerta perché i fatti di cronaca dimostrano ampiamente che siamo vulnerabili anche nella quotidianità». Sì convinto anche da Pietro Dalla Libera (Veneto Civico)
che, pur estraneo alla maggioranza, ha apprezzato «l’attenzione alle esigenze di incolumità pubblica» al quale ha fatto eco Luciano Sandonà (Lista Zaia) lesto a rimproverare alla sinistra di «ostacolare sistematicamente le misure in difesa del cittadino aggredito da crimine e terrorismo».

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