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«Non volevamo sequestrare nessuno»

L’autodifesa del barista di Este: eravamo a Thiene per fare un giro in campagna

ESTE. Doveva uscire per i soliti giri di lavoro – aveva detto alla moglie – ed invece è ritornato a casa con le manette, a braccetto dei carabinieri. Dal bancone del pub di Este che ha creato al carcere di Vicenza, dagli affollati concerti di musica live all’accusa di aver architettato il rapimento di un ragazzino: la vertiginosa parabola di Massimo Silvestrin, Max per gli amici, ha dell’incredibile.

L’imprenditore conselvano, molto noto nell’Estense, è da martedì mattina in carcere a Vice ...

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ESTE. Doveva uscire per i soliti giri di lavoro – aveva detto alla moglie – ed invece è ritornato a casa con le manette, a braccetto dei carabinieri. Dal bancone del pub di Este che ha creato al carcere di Vicenza, dagli affollati concerti di musica live all’accusa di aver architettato il rapimento di un ragazzino: la vertiginosa parabola di Massimo Silvestrin, Max per gli amici, ha dell’incredibile.

L’imprenditore conselvano, molto noto nell’Estense, è da martedì mattina in carcere a Vicenza. Da dietro le sbarre, Max Silvestrin vuole scrollarsi via tutte le colpe descritte nelle ultime ore, partendo da un dato di fatto: nessun sequestro sarebbe avvenuto martedì mattina. Massimo Silvestrin e i due complici polesani erano a Thiene solo per mettere alla prova la loro complice, che temevano facesse il doppio gioco. Questa, almeno, è la tesi che Silvestrin ha sostenuto davanti al suo difensore, l’avvocato Ciriaco Minichiello di Ferrara, che ieri gli ha fatto visita in carcere a Vicenza.

«Massimo aveva effettivamente pensato di rapire il ragazzino» spiega il legale «ma ha assicurato che si sarebbe fermato prima. Ha ammesso di aver fatto una stupidaggine e ha assicurato che l’altra mattina non era a Thiene per sequestrare il ragazzino».

L’idea di rapire il nipote di Bassan era balenata lo scorso Natale e Silvestrin l’aveva condivisa con i due Gallani («figure disperate, che Massimo aveva più volte aiutato portando loro del cibo») e poi con la complice polesana, Stefania Paggin, che ha mandato il piano all’aria. La donna, secondo i piani, doveva essere l’autrice materiale del sequestro: «Ad un certo punto i tre hanno ipotizzato che la complice li stesse prendendo in giro, facendo il doppio gioco. Hanno quindi voluto metterla alla prova, invitandola provocatoriamente a mettere in atto il sequestro per martedì mattina. Erano già consapevoli che lei non l’avrebbe fatto ed erano davanti alla casa del ragazzino per verificare l’affidabilità della donna».

Insomma, il terzetto non aveva alcuna intenzione di rapire l’adolescente. Perlomeno non quella mattina. «D’altra parte in macchina non è stato trovato nemmeno un passamontagna: chi è il sequestratore che agisce a volto scoperto, a maggior ragione se conosce la vittima?» incalza Minichiello, «La corda recuperata nella vettura è in realtà con cordino innocuo e le coperte erano utilizzate dai tre per riscaldarsi le gambe durante l’attesa».

La stessa ipotetica richiesta di riscatto, casomai il sequestro fosse stato portato a termine in futuro, prevedeva cifre ben minori: «Gli inquirenti si sono basati su un bigliettino manoscritto recuperato in auto, una sorta di elenco di grossolane istruzioni per mettere in atto un rapimento, nel quale veniva indicata la cifra di 600 mila euro quale entità del riscatto», sottolinea il legale, che oggi chiederà per il proprio assistito almeno gli arresti domiciliari. «Volevo risolvere i problemi di tutta la famiglia» sono le parole di Silvestrin, scoppiato più volte a piangere nel corso del colloquio con l’avvocato «Ho fatto solo una caz…ta e soprattutto ho lasciato mia moglie in un mare di problemi».

Nel ribadire che si sarebbe fermato prima del sequestro vero e proprio, lo stesso Silvestrin ha espresso forti timori per il locale che ha creato e per il quale era ancora collaboratore: «Ho paura che il locale chiuda. Che caz…ta ho fatto, mi sento in colpa verso tutti». Nessun altro familiare o collega di lavoro è riuscito ad entrare in contatto con l’imprenditore atestino, che difficilmente si vedrà ancora dietro al bancone del pub di via Deserto.