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Pipino,“ladro gentiluomo” superteste su via D’Amelio

Le “confidenze” del pregiudicato veneziano raccontate dalla Dia di Caltanissetta al quarto processo per la strage in cui morirono il giudice Borsellino e la scorta

VENEZIA. Vincenzo Pipino, il ladro gentiluomo di Venezia, supertestimone nel processo - il quarto - per la strage di via D’Amelio, dove morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Ieri, davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta, ha testimoniato Fernando Buceti, funzionario della Dia di Caltanissetta, il quale ha riferito tutto ciò che Pipino gli ha raccontato. Tra le altre informazioni, quella che poteva salvare la vita a più persone: il ladro veneziano era stato confidente di colui che allora stava indagando, Arnaldo La Barbera, poi divenuto questore e prefetto ma all’epoca delle stragi a capo della struttura investigativa palermitana. Proprio per questo, La Barbera, che conosceva bene Pipino perchè era stato al vertice della Squadra mobile veneziana per un ventennio, aveva «infilato» il ladro veneziano prima nella cella del carcere di Santa Maria Maggiore dove era rinchiuso Vincenzo Scarantino, il pentito poi rivelatosi fasullo o, meglio, costruito a tavolino proprio da chi indagava, quindi a Rebibbia con «Renatino» De Pedis, uno dei capi della banda della Magliana, colui che riuscì a farsi seppellire in una delle cripte di Sant’Apollinare a Roma.

A La Barbera Pipino avrebbe riferito che Scarantino era innocente e che gli aveva detto, in quella settimana passata nella stessa cella del carcere di Venezia, che era rimasto coinvolto nelle indagini per la strage di via D’Amelio solo perché era cognato del boss Salvatore Profeta e che era molto preoccupato che venisse fuori la storia di una “scappatella” extraconiugale. Inoltre, sempre all’ex questore di Palermo, poi promosso capo dell’Ucigos e ormai deceduto per una grave malattia, Pipino avrebbe raccontato di aver saputo da quelli della Magliana che «un gruppo stava organizzandosi per uccide re un direttore di un giornale di Roma», presumibilmente l’attentato fallito a Maurizio Costanzo, e realizzare anche «un attentato a Firenze», quello di via dei Gergofili poi realmente portato a termine.

Il processo che è iniziato a Caltanissetta vede sul banco degli imputati i boss siciliani Salvo Madonia e Vittorio Tutino e il falsi pentiti Vincenzo Scarantino ed altri due. Il sospetto degli investigatori, comunque, è che Scarantino sia stato imbeccato: ha accusato se stesso e fatto nomi e cognomi dei boss che avrebbero organizzato l’attentato a Borsellino e che sono stati condannati all’ergastolo ma che attendono la revisione del processo dopo che il vero collaboratore Gaspare Spatuzza ha smentito quello fasullo. Se La Barbera fosse vivo sarebbe finito sotto inchiesta, come è accaduto a chi era al suo fianco allora, Vincenzo Ricciardi, poi diventato questore a Novara, Mario Bo, poi capo della Squadra mobile a Trieste, e Salvatore La Barbera, alla Postale di Milano. Sono accusati di calunnia perchè «in concorso con Arnaldo La Barbera (deceduto nel 2002) con una pluralità di azioni e in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, facendo parte dell'organismo investigativo "Falcone-Borsellino" deputato alle indagini sulla strage di via D'Amelio, inducevano mediante minacce e pressioni psicologiche Candura Salvatore, Andriotta Francesco a Scarantino Vincenzo a rendere false dichiarazioni in merito alla fase esecutiva della

predetta strage». Pipino si era prestato a fare da confidente in cambio del trasferimento dal carcere di Roma a quello di Santa Maria Maggiore, dove La Barbera, risultato poi essere al soldo del Sisde con il soprannome di «fonte Catullo» era riuscito a fargli avere in cella un telefonino.

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