Egidio Zanin viene a mancare negli stessi minuti in cui termina la vita del figlio
Alle 5.45 di martedì il medico africano Gideon Osi dichiarava clinicamente morto Mauro Zanin, trovato impiccato nel bagno dell’alloggio in cui era agli arresti. Negli stessi minuti moriva d’infarto a casa Egidio Zanin, 77 anni. Padre e figlio sono spirati lo stesso giorno, quasi che il loro legame d’affetto fosse così forte da unirli anche nella tragedia. Il funerale dell’anziano, che lascia la moglie Wanda (ieri ancora all’oscuro della morte di Mauro) e l’altro figlio Giuliano, sarà celebrato questa mattina alle 9.30, nella chiesa di Ponso. Nell’epigrafe che annuncia le esequie di Egidio, tra i familiari che danno la triste notizia compare anche il nome di Mauro. «Non eravamo ancora stati informati della tragedia in Nigeria» spiega Maria Gabriella, moglie di Mauro «e sinceramente siamo rimasti di stucco. Mauro era sereno, era sicuro di uscire da quel “disguido” entro pochi giorni, tanto che aveva in tasca già un biglietto per tornare in Europa e poi di nuovo a casa». L’ultima volta che il cinquantaduenne aveva potuto abbracciare la famiglia era stato nel febbraio scorso, prima l’imprenditore aveva trascorso in Italia le festività natalizie.
«Ma lui si faceva sentire spesso» assicura il figlio Sebastiano. «Comunicare a voce era difficile, visto che a volte papà lavorava in zone senza copertura telefonica, ma settimanalmente ci scrivevamo via mail o attraverso sms. Venerdì scorso gli avevo scritto che avevo passato l’esame di Stato per diventare avvocato, mentre quello stesso giorno aveva parlato a voce con sua mamma, nonna Wanda, rassicurandola che tutto andava bene». La famiglia Zanin era informata della detenzione del congiunto: «Sia chiaro che non si trattava di un carcere» puntualizza l’altro figlio, Alessandro. «Nostro padre doveva rimanere in una struttura governativa nella capitale, una sorte di appartamento dotato di camera e bagno, in cui poteva peraltro avere accesso a telefoni e computer». «Mauro diceva che quella era solo una formalità e che era vicino a raggiungere un patteggiamento» aggiunge la moglie. «Perciò non crediamo assolutamente alla tesi del suicidio. Mauro non era disperato, né viveva in un contesto che potesse indurlo a una simile scelta. E poi, conoscendo il suo stile, siamo sicuri che mai e poi mai si sarebbe tolto la vita senza lasciare un biglietto per spiegarci il motivo di una tale scelta». L’uomo, infatti, era molto attento a rassicurare i propri cari: «Come quella volta che si salvò per miracolo nell’esplosione di una bomba nella metropolitana a Mosca, era il 2004. Ci chiamò subito, stava ancora tossendo per il fumo: pensò prima ad avvisarci, che a mettersi in salvo». In quell’attacco terroristico ci furono più di 40 morti e 130 feriti, e tra loro anche Mauro, che si fece una settimana di ospedale. «Pur avendo ricevuto piena collaborazione dall’ambasciata, chiediamo maggiore chiarezza» concluse la famiglia «perché, per esempio, non è ancora stata effettuata l’autopsia?».
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