La Filca Cisl e l’associazione “Speranzallavoro” denunciano la situazione dell’edilizia nel Veneto. Un appello al presidente della Regione Luca Zaia
ALTINO. «Dal 2007 siamo in causa con un cliente, ci deve 450.000 euro e non ha ancora pagato. Dopo che mio padre è morto il 31 dicembre 2011, il suo avvocato ha chiamato il nostro per dirgli: adesso abbiamo ancora problemi? E’ questo che fa male: dov’è la giustizia?». Laura Tamiozzo parla nel silenzio assoluto della piccola sala. Suo padre non è morto: si è ucciso, impiccandosi nel capannone dell’azienda edile di cui era titolare. Il pudore le impedisce di dirlo. Un nodo le blocca la voce in gola, ma non si smarrisce. L’applauso la rinfranca. E’ una ragazza magra, con i lineamenti decisi. Ha solo trent’anni ma le idee chiarissime: «Non sono delusa da mio padre ma da quello che vedo in giro. La nostra era un’azienda storica, strutturata, che puntava sulla qualità, sulla sicurezza, che garantiva i dipendenti. Tutto questo ha un costo. Invece vediamo aziende che non pagano i contributi, che vincono gare d’appalto con il 54% di ribasso. Mi dovete spiegare come si può. Le mie domande trovano solo indifferenza, è questo che fa male. Mio padre diceva sempre che una persona per comprare la casa fa tanti sacrifici e ha diritto di avere il massimo con i soldi che spende. Dobbiamo tutelare gli imprenditori onesti, lottare per difendere il lavoro e assicurarlo nel tempo».
L’incontro è organizzato dal consiglio generale della Filca Cisl di Venezia, primo sindacato del settore costruzioni, che assiene ad Adiconsum ha promosso Speranzallavoro (speranzaallavoro@gmail.com che ha sede a Mestre in via Piave 7), un’associazione con i familiari delle vittime dell’indifferenza al lavoro. Giro di parole per dire suicidi. Meglio: persone stritolate da un meccanismo messo in moto dal signor Stato Italiano che dovrebbe garantire tutti. E’ lo Stato, attraverso le sue articolazioni, il primo a non pagare: lo Stato non paga il privato, il privato lo imita e non paga il privato, nessuno paga più nessuno. Una giustizia da terzo mondo è l’altra ganascia della tenaglia. Una giustizia da vergogna per chi ci lavora dentro, ma le conseguenze le patiscono quelli che sono fuori: ti devo centomila euro? Te ne do cinquantamila, meglio che accontenti perché se mi porti in processo avrai ragione chissà quando.
Facciamo questi discorsi con Salvatore Federico, segretario regionale della Ficla Cisl, mentre continua il dibattito tra i sindacalisti. «La giustizia italiana nelle classifiche internazionali viene dopo quella dell’Angola, ci rendiamo conto?», si chiede Federico. «La prima regola da ripristinare è che chi lavora deve essere pagato: adesso si calcola che lo Stato debba ai privati dai 70 ai 100 miliardi di euro. E’ un contagio che si estende». Poi viene la normativa sugli appalti: «Quelli al massimo ribasso fanno risparmiare i contribuenti ma vanno bene se i controlli si fanno prima di affidare i lavori, come avviene in Europa, non quando l’opera è conclusa come avviene in Italia». In Italia facciamo anche di meglio: gli appalti all’offerta economicamente più vantaggiosa, con una super-punteggio della qualità affidato a criteri soggettivi che consentono alla stazione appaltante di far vincere sempre i soliti. I “vestitini su misura” non sono cuciti solo in Lombardia. «Il prezzo dell’opera deve essere congruo», insiste Federico. «Su questo noi stiamo lavorando: ne abbiamo parlato con il presidente Luca Zaia, ci aspettiamo l’intervento della Regione».
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