L’OPINIONE / Corruzione, questione di credibilità

L’intervento di Francesco Jori sulla proposta di legge anti-corruzione in discussione in questi giorni in Parlamento

    di Francesco Jori

    Simul stabunt, simul cadent: insieme nel sostegno, insieme nel crollo. Non saranno i parlamentari a far cadere il governo, tra oggi e domani con i voti di fiducia sulle misure anticorruzione, per la semplice ragione che altrimenti cadrebbero pure loro: travolti dall’indignazione di un Paese allo stremo, e dalla ferocia di una situazione economica al limite. Ma non ne usciranno comunque bene, anzi daranno l’ennesima picconata alla loro credibilità. Perché non è accettabile che si continuino a rinviare da anni le scelte su una materia in cui l’entità del danno prodotto viaggia in misura inversamente proporzionale ai rimedi.

    L’ultima vera modifica organica in fatto di corruzione risale alla legge 86 del 1990. Poi è esplosa tangentopoli. Dopo la quale i partiti, anziché porre mano a una severa riforma, hanno varato un complesso di norme e strumenti che hanno consentito loro di continuare a fare strame delle pubbliche risorse: come ben documenta il libro di Salvi e Villone sul costo della democrazia, pubblicato nel 2005. Il tutto mentre la corruzione in Italia alimenta un giro d’affari da 60 miliardi l’anno, come ci ha da poco spiegato la Corte dei Conti. C’è chi contesta la cifra, ma anche se fossero 30 sarebbe forse meno grave? È già un controsenso che si debba discutere in Parlamento di alcune norme, come invece si sta facendo. In un Paese civile non dovrebbe esserci bisogno di una legge per impedire ai corrotti di candidarsi: dovrebbero essere i partiti a non metterli in lista. Invece tra Camera e Senato gli inquisiti sono 88, di cui 29 con tanto di condanna; conseguenza di un vizio di fondo che all’estero è sconosciuto.

    Per citare casi attinti dalle cronache, ci sono politici, anche di primo piano, che si sono dimessi per aver copiato parte di una tesi (Germania), per aver messo in conto alle casse pubbliche dei sigari (Francia), per non aver pagato il canone tv (Svezia), per essere andati a caccia senza licenza (Spagna), per aver alzato troppo il gomito (Giappone), per essere stati scoperti con un’amante (Stati Uniti), anche semplicemente perché il coniuge aveva fatto pagare con pubblici denari delle videocassette porno (Gran Bretagna). In Italia, per ben di peggio si rimane saldamente ancorati al proprio posto, grazie anche alla ribalderia di chi rifugiandosi nel voto segreto lancia un salvagente agli inquisiti: com’è accaduto da pochissimo con il senatore De Gregorio; e come presumibilmente accadrà tra pochissimo con il senatore Lusi. Perché tra soci dello stesso circolo i favori si ricambiano. E perché in politica la specie tende ad autoriprodursi, specie quando i suoi membri sono gli stessi da decenni. Certo, non è vizio solo di Palazzo: se c’è un corrotto, con tutta evidenza c’è pure un corruttore. Il quale rientra in quella che assai impropriamente viene chiamata società civile: l’Italia è abituata a convivere con il malcostume, e a funzionare con regole diverse da quelle scritte nelle leggi. Ma tocca a chi si candida alla guida di un Paese spezzare questa spirale, anziché cercare le scappatoie per farla franca e anteporre la tutela del singolo uomo di partito a quella della collettività.

    In democrazia, il politico non è al di sopra della gente comune, se non per le responsabilità che il suo ruolo comporta. Un principio che troppi ignorano in Italia: è anche grazie a loro se nelle classifiche internazionali della corruzione riusciamo a figurare peggio di Botswana, Ruanda, Bhutan. E di realtà che certamente ci supereranno nella prossima infamante graduatoria.

    13 giugno 2012

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