L’opinione / Pagare le tasse così è un lutto

«Gli italiani pagano le tasse e si sentono in lutto», l’intervento dello scrittore e opinionista Ferdinando Camon

    PADOVA. Ultimi giorni per compilare la dichiarazione dei redditi e pagare il saldo e l’anticipo. Qual è lo stato d’animo dei contribuenti? Depressione. E da che cosa nasce, c’è una parola per indicarne l’origine? Sì: il lutto. Gli italiani pagano le tasse e si sentono in lutto. Ogni anno, in questi giorni, ma quest’anno più del solito. Come se perdessero qualcuno o qualcosa, come se una forza superiore e ineluttabile (che significa: contro la quale non si può lottare) gli tagliasse un pezzo di vita. Le tasse sono sentite come soldi che vanno via dalla famiglia, la famiglia patisce un furto. È giusto questo senso “di lutto”, quando si pagano le tasse? Certamente no. Gli inviti a non pagare le tasse, o non tutte, a evadere più che si può, sono criminosi, punto e basta. Sul computer dove batto questo articolo arrivano e-mail che non ho chiesto, che non attendo, che sono sparate a caso nel circuito del web ed entrano negli indirizzi aperti, se in quel momento sei connesso ti si spalancano davanti agli occhi. Cosa c’è scritto?

    Dicono questi messaggi: «Hai ricevuto una lettera di Equitalia? Rivolgiti a noi». Che significa? Che se Equitalia chiede il saldo di un vecchio debito dovuto allo Stato, questi signori sono in grado di far slittare o far sparire il debito? Non dovrebb’essere lecito, non dovrebb’essere possibile, l’ufficio di questi signori dovrebb’essere chiuso, in nome della legge. Ma detto questo, che le tasse vanno pagate, vediamo cosa succede pagandole. Per pagarle, compili una dichiarazione assurdamente complicata. Ci sono voci e termini che non si capisce cosa significhino. C’è un rigo che chiede il Codice Fiscale, ma è contrassegnato da un asterisco che specifica: «Da compilare per i moduli predisposti su fogli singoli».

    Non capisco. Io i moduli li scarico da Internet, sono fogli singoli, quindi metto il codice fiscale. All’Agenzia delle Entrate mi chiedono: «Lei è morto?», «Che cosa?», «È morto lei?», «Non ancora, grazie a Dio», «Allora non compili questo rigo». Scusate, ma ci voleva tanto a scrivere: «Da compilare solo dopo morti?». Devo dire che all’Agenzia delle Entrate si trovano impiegati competenti, veloci, gentilissimi. Esemplari. E anche colti. L’impiegato davanti a me carica la mia dichiarazione, la spedisce, mi dà una copia e gli chiedo: «Posso esprimere un parere?», «Dica», «La quota che lo Stato si prende è troppa». Allarga le braccia e risponde: «Sono d’accordo con lei».

    Esco, vedo un altro impiegato davanti alla porta, è uscito un attimo per fumare, non è uno scansafatiche, sta fuori un minuto, ho voglia di parlare e gli dico: «Ho pagato le tasse», «Bravo», «E le dico che sono troppe», «Ah, lei è uno dei 40%?», «Chi sono i 40%?», «Quelli che pagano». Ma dunque quelli che non pagano, che pagano meno o che non pagano niente, sono il 60%? Chiedo: «Ma lo sapete anche voi che a pagare sono una minoranza?», «Certo», «E che cosa potete farci?», «Eh signore mio», ha finito la sigaretta e rientra. Come se dicesse: non riusciamo a farci niente.

    La depressione e il lutto nascono da qui. Le tasse sono troppe, pagarle dà un senso di furto alla famiglia, sono soldi che, in parte, dovremmo avere a disposizione per noi e i nostri figli. Anche chi ci fa pagare le tasse sa che sono troppe: è un sopruso cosciente, non involontario. Dal premier Monti a questo impiegato dell’Agenzia delle Entrate sotto casa mia, tutti sono coscienti di farci pagare troppo. Paghiamo ogni anno di più, e in cambio il nostro Stato è messo ogni anno peggio. Se il tenore di vita in casa nostra cala, non è che la famiglia s’impoverisce ma lo Stato s’arricchisce, che ci farebbe infuriare ma ci darebbe una speranza: no, qui c’impoveriamo tutti, cittadini e Stato. Tranne gli evasori. Che sono più potenti di noi perché sono più numerosi. Quando votiamo noi vorremmo rovesciare tutto, loro vogliono confermare tutto. Di qui la depressione. L’impotenza. Il lutto.

    Ferdinando Camon

    (fercamon@alice.it)

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    07 giugno 2012

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