Ordigni sofisticati, scanner, 300 mila euro di bottino: arrestati quattro padovani, il capo della banda è un invalido civile
PADOVA. Nel nome del padre, del figlio e dei soldi. Ecco chi c’era dietro la “holding” degli assalti al bancomat. Ecco chi sono i fantasmi che per anni hanno sventrato le nostre banche prima con il gas acetilene poi con l’esplosivo, riuscendo a rubare oltre 300 mila euro accertati tra le province di Padova, Venezia e Rovigo e ad accumulare una quantità di polvere pirica tale da sviluppare un’energia equivalente a 27 chili di tritolo. C’erano anche padre e figlio in questa banda piovese alla ricerca dei soldi facili.
Giovanni Sgrinzato, 58 anni, residente a Legnaro in via Perin 25, a causa di un incidente stradale avuto qualche anno fa era riuscito a farsi riconoscere un’invalidità del 75 per cento: percepiva quindi una pensione mensile. Il figlio Andrea, 24 anni, residente a Polverara in via della Pace 21, aveva deciso di seguire le orme del papà: lo ascoltava, gli chiedeva consigli, lo considerava il capo. E come un capo lo trattavano anche Fernando Falasco, 53 anni, imbianchino residente a Polverara in via San Fidenzio 53 e Antonio Loreggia, 49 anni, sempre di Polverara, via Rovere 5. C’era una gerarchia precisa, c’erano piani d’azione ben definiti, strategie decise a tavolino, oltre ad una serialità impressionante. Per tutti questi motivi l’autorità giudiziaria ha contestato anche l’associazione per delinquere.
L’indagine. L’indagine nasce nel 2010, l’annus horribilis in fatto di assalti ai bancomat. I carabinieri del nucleo operativo di Piove di Sacco hanno un’intuizione. Osservano i filmati ripresi dalle telecamere di videosorveglianza delle banche dilaniate e saccheggiate e si accorgono di alcuni particolari ricorrenti: i passamontagna, le divise quasi in stile militare, i guanti. Si rendono conto di avere a che fare con persone esperte, in grado di adeguarsi alle esigenze del “mercato”.
I primi colpi li mettono a segno utilizzando il gas acetilene, con cui riescono a far saltare gli sportelli automatici. Poi gli istituti di credito si dotano di appositi dispositivi in grado di neutralizzare l’effetto del gas e come se niente fosse Sgrinzato&company passano all’esplosivo: polvere pirica mescolata alla polvere d’alluminio. Ordigni che lo stesso giudice non esita a definire “micidiali”.
I pedinamenti. La piccola squadra di carabinieri della Compagnia di Piove di Sacco individua il gruppo e inizia a tenerlo sott’occhio giorno e notte. Scopre che Loreggia, Falasco e i due Sgrinzato girano sempre con gli scanner per intercettare le conversazioni delle forze dell’ordine in pattuglia. Gli investigatori dell’Arma acquisiscono informazioni giorno dopo giorno, scoprendo che nessuno dei quattro parla al telefono cellulare: troppo rischioso. I militari riescono a piazzare in una delle auto “pulite” usante dalla banda anche un congegno ad individuazione satellitare.
Scoprono di avere di fronte gente disposta a tutto pur dimettere le mani sui soldi. Sopra la banca ci sono cinque appartamenti? Non importa. La carica d’esplosivo viene piazzata comunque, vada come vada. Il 24 settembre 2011 a Borbiago di Mira (Venezia) i carabinieri si rendono conto che un’esplosione al bancomat Unicredit potrebbe avere effetti devastanti per le abitazioni che si trovano al primo piano. Così sospendono il pedinamento e inscenano una normale attività di pattuglia, con la gazzella che si piazza davanti alla banca. I quattro fuggono e compiono un passo falso, il primo, quello decisivo.
Scacco matto. Andrea Sgrinzato infatti raggiunge il covo della banda, un garage di Arzerello, e non si rende conto di avere i carabinieri alle calcagna. Quella notte viene arrestato. A bordo dell’auto ci sono passamontagna, scanner, pacchi di esplosivo. Il giovane viene arrestato. È l’inizio della fine.
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