«Stop ai dilettanti» Una rete di psicologi per frenare i suicidi

L’Ordine a fianco delle istituzioni nell’aiuto agli imprenditori Nicolussi: «La crisi moltiplica i casi di depressione reattiva»

    di Silvia Zanardi

    VENEZIA. Non trovano la via d'uscita, ma nemmeno la porta d'emergenza. Si uccidono e mollano tutto: crediti mai saldati, prestiti impossibili, zero liquidità, dipendenti licenziati. Moglie, figli, amici. Stroncano la loro vita da self-made men quali sono sempre stati: «Mi sono fatto da solo e muoio da solo».

    Dall'inizio dell'anno, secondo i dati della Cgia di Mestre, in Italia si sono uccisi 32 piccoli imprenditori, di cui 11 nel solo Veneto. L'ultimo episodio risale a ieri: nel Trevigiano l'ha fatta finita anche Gianni Merlo, 52 anni, socio della Meros srl, una ditta specializzata nel montaggio di strutture fieristiche. Dall'inizio della crisi economica, nel 2008, 50 imprenditori veneti hanno chiuso con la vita. L'Ordine degli Psicologi del Veneto scrive una nota urgente e convoca, per mercoledì 16 maggio a Mestre, una conferenza stampa per lanciare una rete di servizi e istituzioni a sostegno degli imprenditori in difficoltà. «Lo psicologo da solo non basta», afferma il presidente dell'ordine Marco Nicolussi «gli imprenditori strozzati dalla crisi non sono dei depressi. Soffrono piuttosto di depressione reattiva, cioè di un disagio che scaturisce da eventi esterni e circoscritti. La loro non è una psico-patologia, ma la paura concreta di non riuscire a trovare una soluzione, che invece c'è».

    L'Ordine vuole mettere in rete associazioni di categoria, fondazioni ed enti di solidarietà sul modello, già sperimentato, del numero verde anticrisi (800177750) attivato a Padova con la Camera di Commercio. La rete deve, in sostanza, affiancare il sostegno finanziario e burocratico a quello psicologico: «L'imprenditore in crisi si uccide perché si sente solo e non sa a chi rivolgersi», aggiunge Nicolussi «dobbiamo colmare subito questo vuoto». Al momento è difficile, se non improbabile, che un imprenditore disperato bussi alla porta di uno psicologo. E in Veneto, come nella maggior parte delle regioni italiane, questo succede perché, nel pubblico, non è possibile accedere alla consulenza psicologica senza passare per il servizio psichiatrico.

    Lo psicoterapeuta Nicola Michieletto, consigliere del suo ordine professionale, vede crescere i pazienti ma di imprenditori non ne ha mai visti. «Chi arriva all'autosoppressione per motivi economici soffre di un senso di colpa profondo, si ritiene incapace in prima persona di non far funzione la propria azienda ma non analizza in cui la criticità si verifica», riflette «sono persone abbandonate a se stesse che non chiedono aiuto, forse anche per salvare l'immagine. È il prezzo che il Veneto sta pagando per aver prodotto ricchezza sopravvalutando il fattore individualistico, che ha debellato il senso di appartenenza a una comunità». Tant’è. Il risultato è che l'unica comunità a cui gli imprenditori suicidi si sentono di appartenere è quella di chi, come loro, si è messo una corda al collo. Ciambelle di salvataggio? «La rete può aiutare gli imprenditori a uscire dal loro isolamento interiore», è la conclusione di Michieletto «devono capire di appartenere a una comunità con problematiche comuni, e risolvibili».

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    04 maggio 2012
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