Appello di Bond e Tesserin a Napolitano: «L’arroganza dei colossi del commercio calpesta 25 aprile e Costituzione»
VENEZIA. Un appello diretto al Capo dello Stato perché tuteli la «dignità civile del 25 Aprile e del Primo Maggio», offesa dai colossi del commercio che hanno deciso l’apertura degli ipermercati in coincidenza con le feste della Liberazione e del Lavoro. Un atto «scellerato», che «calpesta la Costituzione» e infligge «l’ennesimo schiaffo ai lavoratori». Sembra un proclama della Fiom, sono parole del Pdl veneto che - inalberando il vessillo dei negozianti al dettaglio minacciati d’estinzione - smette gli abituali toni compassati e si scopre un’anima barricadera.
Sarà la vigilia elettorale, sarà la coscienza della condizione critica in cui versano le microimprese; la requisitoria di Dario Bond (capogruppo in consiglio regionale e Carlo Alberto Tesserin (presidente della Commissione Statuto) è implacabile: «Ci rivolgiamo al presidente della Repubblica perché lanci un monito ai signori della grande distribuzione, responsabili di un’involuzione pericolosa che mette a repentaglio i nostri valori civili dopo aver ipotecato quelli religiosi con le aperture domenicali e persino pasquali. Assistiamo al progressivo smantellamento dei principi fondamentali del nostro ordinamento: quella che fino a poco tempo fa era l’eccezione, adesso non può diventare la regola. Una volta attivati, da questi meccanismi è difficile tornare indietro». Ancor più aspro il coordinatore vicentino degli azzurri, Sergio Berlato: «A causa dello scellerato decreto sulle liberalizzazioni, che consente l’apertura degli esercizi 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno, i lavoratori, in particolare quelli a tempo determinato e part time, sono sottoposti a veri e propri ricatti. I datori di lavoro ribattono alle critiche trincerandosi dietro la legge, perciò dev’essere il Governo a tornare, al più presto, sui suoi passi». Morale della favola: gli azzurri invitano Giorgio Napolitano a «smuovere le coscienze e richiamare all’ordine i capi degli iper e dei grandi outlet, perché, una volta ogni tanto, non antepongano il guadagno ai valori fondanti del vivere civile».
E mentre i sindacati chiamano allo sciopero i lavoratori del commercio (oggi in Veneto molte serrande resteranno abbassate per protesta) un altro esponente moderato, il deputato dell’Udc Antonio De Poli, definisce «scandalose azioni ricattatorie» le lettere di richiamo inviate ai dipendenti che reclamano il diritto alla pausa , chiedendo un freno alla «liberalizzazione selvaggia» del settore: «Non ci sono lavoratori di serie A e B», afferma il centrista «tutti hanno il diritto al riposo nella giornata del 25 Aprile e del Primo Maggio. Gli interessi dei lavoratori non sono in contrapposizione con quelli commerciali ma, in questo caso almeno, credo sia giusto far prevalere i primi sui secondi».
E mentre la Chiesa, anche attraverso i vescovi, ribadisce la ferma condanna dell’obbligo al lavoro festivo («Svilisce il significato religioso e laico delle ricorrenze, riduce i cittadini a meri consumatori, tradisce il senso di comunità e di valori della nostra società»), i sindacati confederali riassumono in una nota le ragioni dell’opposizione. Che fonda anzitutto sulla tutela della qualità della vita del lavoro dipendente - «Le aperture non portano nuova occupazione, ma scaricano invece pesanti disagi sui turni di lavoratrici e lavoratori con conseguenze per le loro famiglie, private del diritto all’affettività» - per poi negare la convenienza della deregulation anche sul piano del profitto d’impresa: «Aprire di festa non significa generare maggiori consumi perché si vive in un momento drammatico di crisi, che non favorisce certo l’espansione commerciale».
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