In Consiglio lotta senza esclusione di colpi, alla fine la risoluzione contro la linea del governatore incassa 20 sì e 21 no
VENEZIA
Luca Zaia ha corso il rischio di vedersi “impugnare” dal Consiglio regionale l’exit strategy usata per riportare a casa lo Statuto. Ieri, dopo un dibattito rovente che ha fatto seguito all’esposizione da parte dell’assessore Ciambetti dell’iter di salvataggio della Carta, solo per un voto – e forse anche per la velocità di mano di qualche pianista – la maggioranza non è finita “sotto” con il pericolo, concreto a quel punto, di assistere alla bocciatura formale dell’accordo stretto dal governatore con Monti. Ovvero della delibera in cui la Giunta si impegna a cambiare la norma dello Statuto impugnata dal Governo. In ottemperanza alle storture regolamentari, si è votata infatti la possibilità di votare – ebbene sì – la risoluzione presentata da Bottacin (Verso Nord), ma predisposta con Pettenò (Fsv) e Grazia (Udc), che prevedeva la conferma dell’articolo 30 – quello incriminato da Roma – così com’era in origine. Rifiutando, di fatto, l’impegno di modifica preso dalla Giunta. Perché, ripeteranno per tutto il pomeriggio in molti, la Giunta non può impegnarsi, di fronte a terzi, a far votare al Consiglio la modifica di una norma. Su questo concetto, variamente declinato e colorito, si è giocata la maggior parte degli interventi, da Marotta (Idv) e Puppato (Pd) che parlano di «svilimento del ruolo del Consiglio», a Foggiato (Une) e Valdegamberi (Udc) per cui «la delibera è illegittima», mentre Pettenò accusa Zaia di essere andato a Roma «con le mutande in mano, quando con Monti servono quelle di latta» e invoca il referendum «per dire ai due che il loro parere non conta nulla» e si dice pronto, in deroga alle sue tradizioni comuniste a marciare su Roma con Cortelazzo «anche perché mi dovresti spingere» replica quest’ultimo in un clima surreale prima di «opporsi a modifiche alla cieca di qualche funzionario romano». Ribadisce Bottacin (Vn) «è un atteggiamento inqualificabile e umiliante: cosa significa abbiamo ragione noi però cambiamo comunque?». Parola quindi alla difesa con Caner (Lega) per cui si tratta di «un’ottima via d’uscita offerta al Governo» mentre Tesserin ricorre all’utilizzo della vaselina per illustrare metaforicamente la «fuoriuscita» fornita all’inciampo dell’Esecutivo.
Con queste premesse si arriva al “voto sul voto” che vede la maggioranza allarmata, con il vicepresidente Zorzato terreo che sibila di «non votare», mentre Cortelazzo e Ruffato si accapigliano sui cavilli nel tentativo di doppiare indenni l’ostacolo: troppo rischioso andare al vedo, soprattutto con tutti quei banchi vuoti. Ma inevitabile: il primo voto vede i contrari alla risoluzione vincere comunque di 4 lunghezze (23 a 19). Troppo sospetto. Infatti il secondo voto si chiude con un 21 a 20 (e l’astensione di Laroni), senza tuttavia fugare tutti i dubbi. Finisce con un respiro di sollievo per la maggioranza che si concretizza con un sciogliete le righe.
In attesa di sapere cosa farà la Regione sull’impugnazione – confermata – della legge elettorale, non resta che capire se le zuffe consiliari avranno qualche ricaduta romana (il limite ultimo per ricorrere è la mezzanotte di lunedì).