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Droga nella serra, soldi in libreria: una centrale dello spaccio a Camin

Si complica la posizione di Enrico Bordin, figlio del consigliere leghista di Camin. Lui si

difende: "Quattro chili di marijuana? Fogliame senza alcun principio attivo". I 77 mila euro? "Una somma dei genitori". I carabinieri però accusano il giovane, cameriere del bar "ai do archi" in via Sauro, di essere un cardine dello spaccio nelle piazze del centro. Pronto un dossier fotografico
PADOVA. Quattro chili di marijuana essiccata (parte già imbustata e conservata in camera da letto), alcuni grammi di hashish caramellato sul comodino, un bilancino di precisione (con tre zeri dopo la virgola) trovato in camera vicino alla droga, 14 piante di cannabis alte quasi due metri dentro la serra, 77 mila euro in contanti trovati in una libreria, e un essiccatoio artigianale con tanto di fili per stendere le foglie e lampade ad infrarossi.

Si complica la posizione di Enrico Bordin, 31 anni, il giovane barista (lavora da anni come cameriere all'osteria Ai Do Archi) arrestato dai carabinieri del Norm del tenente Luca Bordin per detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, il cui padre Giorgio (con cui è contitolare di una ditta di autotrasporti), è consigliere in quartiere 3 in quota Lega, ed è stato candidato nella lista del Governatore Zaia alle ultime elezioni regionali del marzo scorso (è arrivato ultimo della lista con 440 voti).

E si complica non tanto perché Enrico Bordin si è assunto in toto le responsabilità di ciò che è stato trovato nell'abitazione in cui vive con i genitori in via Granze Sud 55 a Camin, ma perché sul tavolo del magistrato che coordina le indagini (Vartan Giacomelli) sta arrivando un dossier fotografico dettagliatissimo che «racconta» e «certifica» il blitz che i carabinieri hanno effettuato giovedì mattina nella casa del giovane. Un fascicolo che in parte (se non del tutto) smentisce il genitore di Enrico Bordin, che a un giornale ha tentato di smontare la tesi accusatoria della procura, denunciando che «la sua abitazione è stata perquisita come quella di criminali» (come se quattro chili di marijuana fossero giustificabili con un qualsivoglia uso personale) e affermando che nella sua casa «non è stato trovato nulla e che i soldi contanti erano custoditi nella cassaforte».

Oltre che azzardando che «qualcuno sia arrivato da fuori e, non visto, possa aver piantato a mia insaputa la marijuana», ipotesi che suona quasi come la difesa dell'ex ministro Claudio Scajola quando in un primo momento (prima di dimettersi) sostenne di non sapere che gli avevano comprato la casa.

FOTO Nella casa dello spaccio a Camin
VIDEO Le 14 piante di marijuana

Ma tant'è. I documenti in possesso dell'Arma, invece, dimostrerebbero proprio il contrario. E cioè che la marijuana essiccata (in vari stadi), stesa su fogli di giornale, si trovava in una stanza sopra il ricovero attrezzi, stanza a cui si accede da una botola e la cui porta al pian terreno ha anche una serratura con le chiavi. Che le piante di marijuana erano all'interno di una serra (ben tenuta) e difficilmente raggiungibile da estranei. Ed, infine, che i soldi non erano nella cassaforte (dove c'erano due pistole regolarmente detenute da Giorgio Bordin) bensì in una libreria al pian terreno, tanto
che la mamma di Enrico quando ha compreso il motivo del blitz è corsa in casa cercando di occultare il denaro. I genitori di Enrico Bordin, non sono nemmeno indagati per la faccenda della droga, ma gli investigatori attendono l'interrogatorio del giovane per avere un quadro completo della faccenda.

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