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Il padre lo rifiuta, il figlio diciottenne torna in cella

Il figlio diciottenne è accusato di aver estorto 400 euro a un ragazzino di 12 anni

minacciandolo con un coltello. Il padre si rifiuta di accoglierlo in casa, dove doveva scontare agli arresti domiciliari. Così Karim Saghri è tornato in carcere. E' figlio di un operaio marocchino, che spiega: "Sono a Padova da 20 anni, lavoro sodo e rispetto la legge. Impari a farlo anche lui"
CITTADELLA. Non è stato misericordioso. Anzi. Lo ha cacciato via sdegnato: hai rubato? Ed allora non te li fai qui, a casa mia, gli arresti domiciliari. Così il figlio è stato costretto a ritornare in carcere. E lui ha trascorso una notte insonne di dolore, di dubbi e ripensamenti.

Alla fine, ieri mattina la famiglia è andata al Due Palazzi, ha sbrigato le pratiche: ora attende di riaccogliere il figlio "che ha sbagliato". È l'ultimo capitolo della vicenda di Karim Saghri, 18 anni, marocchino, di Galliera. Disoccupato come il suo complice R.P., 17 anni, rumeno, residente a Fontaniva. Lunedì sono stati arrestati dai carabinieri di Cittadella per aver estorto 400 euro a un ragazzino di 12 anni.

Il giorno dopo il gip Lara Fortuna ha convalidato l'arresto di Saghri; subito dopo è stato scarcerato: gli è stato concesso di tornare a casa, agli arresti domiciliari; l'altro taglieggiatore invece si trova ancora al carcere minorile di Treviso.

Ma il pm non ha fatto i conti con il padre del ragazzo, Chaffi Saghri. Ha 53 anni. Vent'anni fa, nel 1990, partì dalla terra d'origine, il Marocco, per trovare un lavoro, una speranza di vita migliore per sé e la sua famiglia. «Dopo qualche anno - racconta - mia moglie e i miei figli maggiori mi hanno raggiunto. Da 13 anni lavoro come operaio alla Birollo Prefabbricati di Galliera Veneta». Sulle dita ci sono diversi tagli, segno del suo lavoro: una storia, come tante, come la grande maggioranza, di integrazione riuscita, onesta. Nel quartiere si conoscono tutti, c'è armonia e amicizia.

«Faccio fatica a credere a quello che ha combinato mio figlio. Davvero. È il secondo, ne abbiamo uno di 22, il più piccolo ne ha 10. Tutti e tre maschi. Ogni notte, mentre i miei figli dormono, controllo sempre nelle tasche dei pantaloni: verifico che non abbiano coltelli, o droga. Non ho mai trovato nulla. Sono puliti e io mi impegno perché lo rimangano. Non voglio assolutamente che prendano una brutta strada».

È rimasto sconcertato dal comportamento di Karim: «Io non ho mai rubato un euro in venti anni che sono qui in Italia e quindi non voglio saperne che mio figlio sgarri». Yassine è il figlio più grande, arriva in sella alla sua bicicletta. «Lui lavora per una cooperativa che esegue gli sfalci dell'erba» spiega il padre. E il figlio interviene: «Davvero, sono incredulo, non riesco a capire cosa gli sia passato per la testa, mio fratello è un ragazzo tranquillo».

Mercoledì la polizia penitenziaria ha accompagnato nella casa di via Montegrappa il giovane. «Appena l'ho visto - le parole del papà - mi sono irritato: sono troppo arrabbiato per quello che ha fatto, ha sbagliato. Io conosco le leggi italiane e le ho insegnate ai miei figli». Il magistrato, di fronte a questa situazione, ha dovuto emanare un nuovo provvedimento di carcerazione; i carabinieri di Cittadella hanno dato seguito all'ordine, prelevando il diciottenne che, in caserma, prima di essere condotto in carcere, si è lasciato andare a un fragoroso pianto: uno sfogo, fatto di rimpianti, per quel che ha combinato, per la paura della galera.

«Dopo averlo rimandato in carcere, abbiamo discusso tutta la sera - continua il padre - Non abbiamo cenato, non abbiamo dormito la notte. Ieri mattina siamo andati al penitenziario, da
Karim, abbiamo parlato con il suo avvocato e ci siamo fatti spiegare le pratiche perché possa scontare i domiciliari a casa». «Mio papà - aggiunge Yassine - in queste ore sta sbollendo la rabbia per quanto successo. Siamo una famiglia, abbiamo deciso di riaccogliere Karim, in attesa del processo».

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