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Stefano Berton si è presentato ai carabinieri: "Ho rubato ma non dirò per chi"

Stefano Berton, il bancario

sparito dopo aver lasciato un buco di 4 milioni di euro tra i clienti della banca per cui lavorava, si è presentato spontaneamente ai carabinieri. Si dichiara colpevole ma non vuole rivelare i nomi di chi ha avuto i soldi: "Ho rubato a quattro famiglie per beneficiarne altre" ha spiegato
ESTE. Stefano Berton è tornato. Dopo un peregrinare di quasi cinque giorni, il bancario di 57 anni si è presentato ieri pomeriggio ai carabinieri di Este assieme all'avvocato Stefano Fratucello.

Alle 17 è stato ascoltato dal comandante della stazione atestina, il maresciallo Severino Permunian. Per oltre un'ora Berton ha raccontato le colpe di cui si è macchiato negli ultimi dodici anni, confermando quanto scritto nella lettera di dimissioni lasciata lunedì mattina alla Bcc di Sant'Elena. «Mi sono presentato in anticipo rispetto all'11 ottobre perché ogni giorno in più è il prolungamento di un'agonia - scrive in un comunicato diffuso dal suo legale il funzionario di banca ed ex segretario del Pd di Este - Non sono mai scappato, ma ho peregrinato lungo l'Appennino, fra luoghi molto cari della mia giovinezza, periodo in cui non avrei nemmeno potuto immaginare di avere un futuro da lestofante».

Si è quindi messo a completa disposizione dell'autorità giudiziaria. «Ho rubato denaro a quattro nuclei famigliari - ha ribadito - Poco importa se la destinazione di tali somme potrebbe rivestire il fatto di un soggettivo alone di generosa sensibilità e di nobiltà d'animo: rimane l'oggettività del reato, l'oggettività del furto». Pur ammettendo la sua colpa, Berton annuncia che non rivelerà mai i nomi delle famiglie che hanno beneficiato delle sue «donazioni»: «Per me sarebbe aggiungere a delitto un altro delitto di pari gravità» scrive.

Il funzionario sa bene a cosa andrà incontro ora: «Sono pronto a pagare con il licenziamento, con l'annientamento di ogni dignità personale e lo strazio del coinvolgimento della moglie, dei famigliari e di amici, ad attendere l'esito del procedimento giudiziale a mio carico, a sopportare lo sciacallaggio, di qualsiasi natura». Berton ha voluto chiarire il meccanismo vizioso in cui era caduto: le quattro famiglie truffate (meno di dieci persone in tutto) erano regolari clienti della Bcc di Sant'Elena, presso l'agenzia di Monselice di cui il funzionario era direttore.

Tutte le operazioni relative ad assegni bancari e circolari versati da questi clienti sono state eseguite in uno sportello: ogni assegno è dunque tracciato e rintracciabile. Questo a differenza del contante, «che gestivo direttamente - continua - senza passaggi sui conti e depositi». La cifra totale coinvolta nell'affare non sarebbe inoltre, secondo quanto da lui sostenuto, di quattro milioni di euro: si parlerebbe di due soli milioni, ai quali vanno tolte le somme prelevate negli anni dai clienti.

«In ogni caso questi hanno sempre ritenuto in perfetta buona fede di aver investito il proprio denaro presso la Bcc di Sant'Elena, della quale io ero per loro il funzionario di fiducia. Al quale poter affidare i frutti dei propri risparmi di una vita, le liquidazioni delle attività lavorative, le speranze sul futuro dei loro figli. Il fatto che per loro fossi anche un amico, per qualcuno anche carissimo, costituiva un valore aggiunto ma non prioritario». Non c'era dunque una «Banca Berton Stefano, ma unicamente la Banca di Sant'Elena» sottolinea.

L'ultimo affondo è dunque per la Bcc: «Rispondere ai clienti derubati che una carta ufficialmente intestata alla banca, con
la firma di un suo funzionario, non ha valore, significherebbe voler punire gli innocenti, ignari ed incolpevoli truffati alla pari del truffatore. C'è un solo, unico colpevole, reo confesso. La banca si scateni su di lui e solo su di lui, come sa e deve fare». Ma, intende, risarcisca i clienti.

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