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Escavazione selvaggia nei fiumi
11 condanne, 48 anni di carcere

Mano severa dei tribunale a conclusione del maxi processo per i crimini ambientali sui fiumi Po, Adige e Brenta.  Tredici anni in più rispetto alla richiesta del pm. Risarcimento di 300 mila euro al Wwf e di 60 mila euro a Lega Ambiente Veneto, oltre al pagamento delle spese legali

PADOVA. Escavazione selvaggia nei fiumi Po, Adige e Brenta: la sentenza emessa ieri alle 19.10 dal tribunale di Padova ha definito, almeno in primo grado, la più importante inchiesta svolta in Veneto negli ultimi anni sui crimini ambientali che hanno devastato l'ambiente fluviale, piegando l'interesse pubblico al profitto dei privati. Una sentenza più pesante di ogni pessimistica previsione: 48 anni e 9 mesi complessivi di carcere inflitti a 11 imputati accusati di aver guadagnato dalla commercializzazione delle sabbie scavate abusivamente in quei corsi d'acqua.

Ovvero 13 anni in più rispetto alla già sostanziosa richiesta di 35 anni e 9 mesi sollecitata dal pm Vartan Giacomelli. Ma c'è un'importante novità nella sentenza depositata dal collegio giudicante (presidente Mariella Fino, giudici a latere Sonia Bello e Maria Carla Majolino) dopo tre giorni e mezzo di camera di consiglio trascorsa, blindatissima, in un hotel di Montegrotto: un risarcimento di 300 mila euro al Wwf e di 60 mila euro a Lega Ambiente Veneto, con provvisionale immediatamente esecutiva, oltre al pagamento delle spese legali alle due organizzazioni (di 26 mila e 10 mila euro).

Un segnale forte visto che, per la prima volta, due organizzazioni impegnate nella difesa dell'ambiente vengono riconosciute dal tribunale padovano portatrici di interessi propri di tutti i cittadini. Già usciti di scena qualche anno fa con riti alternativi gli imprenditori chioggiotti ritenuti i 'corruttori', tra loro Mauro 'Zemello' Boscolo e la moglie Marvi 'Fasiolo' Tiozzo.

Ieri sul banco degli imputati c'erano i 'colletti bianchi' e qualche 'manovale', controllori per la legge corrotti che siedevano negli uffici del Genio Civile (l'ingegnere Luigi Destro di Cartura, Mauro Mazzoli di Cavarzere, Franco Maramani di Chioggia, Sergio Alessio di Vigonovo, Luciano Santato di Rovigo), in quello del Magistrato per il Po (l'ingegnere Sergio Lagrotteria, responsabile del nucleo di Rovigo), del Covni Veneto-Centro operativo veneto della navigazione interna (Gabriele Marzolla di Rosolina), in un ufficio della Polizia (l'agente Andrea Bortoloni di Rovigo) o al vertice della Squadriglia navale di Porto Levante (il maresciallo Antonio Meliadò di Porto Viro) che aveva il compito di garantire l'attività di vigilanza e ispettiva.

E c'era un libero professionista consulente della famiglia Boscolo, l'ingegnere padovano Giuseppe Caruso, che avrebbe redatto le minute delle autorizzazioni allo scavo di materiale litoide firmate dal Genio Civile con il benestare della Regione e fatto da intermediario per corrompere i pubblici ufficiali. Insomma i privati scavavano dove volevano, anche in zone protette. E i controllori tenevano volutamente la benda sugli occhi grazie alle tasche gonfie di danaro e, soprattutto, di regalìe varie.

È il 31 marzo 2003 quando 20 persone finiscono in carcere e 4 agli arresti domiciliari, senza contare i soggetti indagati in stato di libertà. La complessa indagine, denominata 'Operazione Acheronte', è portata avanti dal Corpo Forestale dello Stato di Padova tra fatiche e guai: qualche ufficiale di polizia giudiziaria viene indagato
per intercettazioni ambientali abusive e soltanto dopo anni il suo operato, svolto in pieno accordo con la procura, è riconosciuto come lecito. Intercettazioni fondamentali per dare supporto alle confessioni degli imprenditori 'Zemello' Boscolo che, da tempo, hanno ripreso a lavorare. E a scavare.

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