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ELEZIONI REGIONALI IN VENETO
"Il centro oltre il 10%"
Forum con il candidato Antonio De Poli

Per il deputato padovano dell'Udc, l'alleanza che lo sostiene nella corsa alla presidenza

delle giunta regionale è "l'unica coalizione che può contrastare la Lega". Bortolussi e il centrosinistra? "Un aspirante presidente in difficoltà". Il Pdl? "I suoi candidati sono stati lasciati soli in balia dell'avanzata leghista". E ancora: "L'Udc sarà determinante per la governabilità"
PADOVA. Onorevole De Poli, che aria si respira in questa campagna elettorale?
«E’ una campagna anomala. Per la prima volta non c’è assolutamente alcun confronto tra candidati né pubblico, né istituzionale. Una situazione molto spiacevole per la democrazia. Assistiamo ad una campagna monca e dopata al tempo stesso».

Si è parlato di lei come del possibile candidato del centrosinistra. Non crede che la politica ondivaga finirà per penalizzarvi?
«Oggi noi corriamo per più del 60% del territorio da soli, nelle altre regioni abbiamo fatto un accordo con il candidato sul programma. Per noi queste elezioni determineranno la fine del bipolarismo, che ha avuto grandissime crepe già alle Europee dove il 34% delle persone non ha votato né Pd né Pdl. Nel bipolarismo comandano gli estremi, Lega ed Idv, e si finisce per non dare risposte».

Qual è l’obiettivo dell’Udc? «Noi ci candidiamo a vincere. Se non arriviamo primi, arriveremo secondi, perché questo è l’altro obiettivo. E faremo un’opposizione repubblicana».

Sotto che soglia considerereste queste elezioni un fallimento?
«Partiamo dal risultato delle Europee. Sappiamo che abbiamo la possibilità di fare un grande risultato raccogliendo coloro che non si sentono di consegnare il Veneto alla Lega. Ci attesteremo attorno alle due cifre. Un risultato straordinario se si considera che da una parte c’è una coalizione che punta al 65% e dall’altra tutto il blocco del centrosinistra. Con i nostri voti noi saremo determinanti per la governabilità».

Quindi il treno dell’alleanza con il centrosinistra è passato per sempre?
«Se ci sono delle cose che condividiamo per il bene del Veneto non avremo alcun problema ad sostenerle. Allo stesso modo non ho alcun problema a dire che se qualcuno vorrà portare il Veneto in una direzione che non ci piace, allora ci opporremo».

Zaia parla di cambiare lo statuto per rendere governabile la Regione.
«Chi ha dal 55% in su non ha problemi a governare. Il consiglio regionale ha bisogno di due sole modifiche per poter funzionare: tempi certi ed eliminazione dei subemendamenti. A quel punto si crea una governabilità totale e serena poiché rimane la possibilità di legiferare discutendo. Se invece si vuole che quello che si decide in giunta venga approvato, si dà la fiducia. Ma è un aspetto che non gioverà al Veneto».

Sembra che tutti mirino ai voti dei cattolici. Comunione e liberazione si è già schierata con Zaia. «Ha fatto una scelta di libertà che per me è sbagliata ma che non stupisce. Altre cose sono valori e principi. Sono rimasto esterrefatto che Zaia abbia annunciato che inserirà le radici cristiane nello statuto. Lo davo per scontato, dato che sono nel nostro Dna. Io credo che il vero problema stia nel dare applicazione alle radici cristiane, ovvero integrazione e solidarietà. Principi che mi sembrano molto lontani dalle indicazioni di Bossi».

Con richiami di questo tipo non temete che attorno alla Lega si possa formare un nuovo blocco di consenso che ricorda la Dc?
«La Dc era un partito democratico che si basava su ascolto e confronto sia interno che esterno. Da parte della Lega tutto questo non c’è. Il Carroccio parla alla pancia della gente e può contare su un potere enorme rispetto a quello che ha fatto. Chi non è del settore pensa che all’agricoltura sia stato fatto tutto. Invece c’è stato un calo in tutti i settori. Non c’è corrispondenza tra propaganda e realtà. Non vorrei che lo stesso si stesse verificando con questo federalismo, cui noi siamo contrari».

Perché?
«Perché non risolve i problemi. Noi siamo per un federalismo a velocità variabile. Abbiamo proposto la regione a statuto speciale per sburocratizzare e ridurre la spesa pubblica. Non si dovevano abolire le Province? E’ sulle cose concrete che noi diffidiamo della Lega, sul fatto che non abbiamo le stesse priorità: noi parliamo di lavoro, sociale. Con 50 mila nuovi licenziati, loro propongono un federalismo che arriverà tra 7 anni».

Lei ha detto di essere stato lasciato solo contro lo strapotere leghista.
«Ma ne sono felice. Perché significa che il nostro progetto si differenzia da quello del Carroccio. Non so se gli altri lo condividono o non hanno avuto modo per far valere la loro diversità».

Trova così debole la campagna di Bortolussi?
«Io vedo Zaia e la Lega. Poi vedo i candidati del Pdl che non hanno un partito che li indirizzi. Ho l’impressione che siano stati lasciati soli in balia dell’avanzata leghista. Dall’altra parte c’è un aspirante presidente in difficoltà. Non so se sia un demerito personale o se sia per problemi interni alla coalizione. Così è mancato un argine di contenimento, numericamente anche più importante del nostro».

Eppure eravate anche voi in maggioranza.
«La garanzia era Galan. La Lega sta perseguendo il suo percorso, che parte dalla secessione della Padania e si prepara a comandare il Veneto, non a governarlo. E quando hai una maggioranza schiacciante in consiglio e puoi contare pure su qualche quinta colonna, al Pdl puoi lasciare 12 gli assessori. E fai quello che vuoi».

Parliamo di sanità. L'accordo sul nuovo polo ospedaliero di Padova sembrava cosa fatta fino a quando non sono cominciati a spuntare paletti, per lo più armati dalla politica.
«A me interessano i servizi di eccellenza, nell’ambito di sanità e ricerca. Non i muri fine a se stessi. La ricerca e la sanità devono continuare a rappresentare l’eccellenza, non solo in Veneto, ma in Italia e in Europa. Per questo ci servono programmazione e spazi nuovi. Non mi interessano le beghe tra rettore e preside, né l’ubicazione, sia essa lo stadio o la zona di curva Boston. Quello che mi interessa è che i costi non ricadano sui cittadini. Quanto sta succedendo all’ospedale di Mestre suscita qualche perplessità. Qui non parliamo di strade che si finanziano con il pedaggio, ma di servizi universali, che già tagliamo. Non può essere che per entrare all’ospedale uno debba pagare il parcheggio. I servizi vanno garantiti».

Quindi lei è contrario al project financing?
«Bisogna chiarire dove si trovano le risorse, ad esempio vendo il vecchio per fare il nuovo, ma se i costi ricadono sui cittadini, non sono d’accordo».

Come ridisegnerebbe la sanità in Veneto?
«Il sono per il campus universitario, l’ospedale di eccellenza dove vado per il trapianto di cuore. Ma non per l’unghia incarnita, che può essere curata all’ospedale della città. Anche il finanziamento dell’azienda ospedaliera va ripensato. Non può essere finanziata tramite l’Usl. Il nuovo polo veneto, deve avere un budget ben definito. Deve esserci un Cda con i rappresentanti di Università, Regione ed ente territoriale e un amministratore delegato che fa le scelte in base al consiglio di amministrazione».

C’è anche un piano sociosanitario da rifare.
«L’integrazione sociosanitaria, va ulteriormente potenziata. Non può essere che il Comune non paga perché non ha i soldi, l’Usl non paga perché ha già pagato il servizio sociosanitario e alla fine chi ci rimette è il cittadino. Il nuovo piano per la salute deve partire da sociale, sanità e ricerca e dev’essere strategico rispetto alla nuova prospettiva. Università e Regione devono fare uno sforzo: sono mancati i momenti veri di integrazione tra le due realtà e l’industria».

Come convive tutto?
«Pensiamo a un politecnico che mette insieme aziende, università - ovvero tutti i poli universitari del Veneto - ed istituzioni e dà possibilità in base alle necessità. Ma il problema del Veneto non è solo l’ospedale. In alcuni settori non ci sono medici perché l’università non dà la possibilità di arrivare alla laurea o alla specialità, non abbiamo infermieri. La maggior parte di loro è nelle strutture per anziani e disabili. Manca completamente un vero percorso di riabilitazione post ospedaliera».

E’ favorevole alla riduzione delle Usl?
«Si possono anche rivedere confini e valutazioni, cosa diversa è il progetto dell’ospedale provinciale. Questo significherebbe avere un ospedale di primo livello e altri di comunità. Non può funzionare nel nostro assetto. Serve piuttosto una riorganizzazione. Nel Padovano è già stata fatta: abbiamo chiuso gli ospedali di Campo San Martino, Conselve, Montagnana, Este e Monselice ne avranno uno solo, Piove di Sacco fa riferimento a Padova. Nel Veronese le strutture ospedaliere non sono state riordinate. Per molti aspetti lo stesso ragionamento si può fare su Bellunese, Veneziano e Vicentino.
Ma la programmazione non si può fare a colpi di delibera».

Niente tagli quindi?
«L’unica programmazione fatta è sui tagli verticali: 5% a tutti per rientrare nel budget. Ma così si indebolisce l’eccellenza e quello che non funziona continua a non funzionare».

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