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"Sì, ultimamente Monica era inquieta ma adorava i piccoli, era gelosa di loro"

Domenico Cabrele, il nonno materno, non riesce a trovare una spiegazione

CURTAROLO. Le foglie cadono, bagnate. In mattinata Domenico Cabrele, il padre di Monica, ha preso la bici, è andato a guardare la casa in cui si è consumato l’orrore, in cui ha preso forma la tragedia che gli ha sconvolto la vita. Per sempre. Accanto ai sigilli della magistratura, un collega del genero ha deposto un mazzo di fiori, bianchi. Addio, Alessandro.

Qualcosa c’era che non andava, sì, qualcosa c’era. Ma che si potesse arrivare a questo, no, questo non si poteva prevedere. «Qualcosa non andava bene - racconta il nonno del piccolo Alessandro - Monica sembrava un po’ assente ultimamente, si dimenticava diverse cose, ma non abbiamo notato nulla di così strano, voglio dire, non abbiamo mai pensato che si potesse arrivare a questo».

Domenico vive anche lui in via San Martino, al civico 39, a poco più di mezzo chilometro dalla figlia: un contesto sereno, a due passi dal fiume Brenta, campi tutt’attorno. Case di campagna, un po’ di giardino. E’ una persona asciutta, semplice, forgiata dal lavoro. Un ragionamento lo assilla, gli impedisce di capire: «Monica voleva bene ai bambini, voleva loro tanto bene». Sergio Ferrari, uno zio di Gianni Bellato, aggiunge: «Monica era gelosa dei suoi bambini, li adorava, al punto di volere, quasi, che nessuno li toccasse». A nonno Domenico haanno spiegato che la figlia è stata vittima della patologia definita «depressione post partum». Parole, parole.

«Depressione, dicono così, depressione. Non lo so, non possiamo sapere, non possiamo capire come si sia potuti arrivare a questo punto, anche perché non c’è mai stato un segno particolare». Una famiglia unita, che si voleva bene; tra Monica e Gianni una bella storia: «Sono sempre andati d’accordo. Ai bambini lei voleva un bene enorme, e poi con Alessandro... Ce l’aveva sempre in braccio». Perché? Perché? «Non lo so, non lo so, i pensieri della casa, non lo so».

Sabato sera si è consumato l’omicidio. «L’ho vista uscire, attraverso le finestre. Non parlava, credo le abbiano dato dei sedativi, e si vedeva. Era confusa. Oggi non l’abbiamo vista, non abbiamo parlato con lei».

Nel pomeriggio, nella casa dei nonni rimasti senza l’amato nipote, si fermano in tanti. Arrivano i parenti, gli amici, i vicini. Domenico esce, apre il cancello, li accoglie tutti. Avanti e indietro, avanti e indietro. Compie tutti questi gesti in maniera quasi meccanica. Ed allo stesso tempo lascia trasparire quella dimensione antica, figlia di queste terre, la dimensione della fatalità: una disgrazia si è abbattuta, non resta che rimanere frastornati, sperando che passi. I parenti arrivano, lui li accoglie, e con un filo di voce, dimesso, triste, sussurra: «Oggi non posso stare tranquillo». La moglie, Lina Zuin, è in casa, non esce, attende tutti in cucina. Il tempo passa, le ore si consumano, si fa buio. Qualche goccia di pioggia, folate di vento, foglie che cadono, fradicie. Arrivano il sindaco, Marcello Costa, e il vice, Fernando Zaramella. Domenico esce, li fa entrare. Rimangono in casa un’ora. Parlano. Vengono ripetuti i ragionamenti, l’eterno ritorno di frasi e parole. E resta la grave ferita, aperta. Due nonni, due genitori distrutti, e la loro ferita - come la loro casa - aperta, a tutti coloro che vogliano semplicemente far sentire calore. Perché non si sentano soli.

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