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Nella sala dell'Armistizio le radici dell'Italia unita e un appello: trionfi la pace

«La visita del Presidente Giorgio Napolitano? Siamo commossi e molto emozionati. La nostra casa è un museo aperto a tutti, che spesso le istituzioni hanno ignorato. Oggi potremo mostrare al capo dello Stato le radici dell’Italia unita: dalla Sicilia a Trieste e Bolzano, l’ultima pagina del Risorgimento. Io sono convinto che questa sala sia un modello universale di dialogo tra i popoli: anche quando i soldati sono in trincea, c’è sempre un luogo per avviare il negoziato e costruire la pace».

Il professor Giovanni Lanfranchi, docente di Storia del vicino oriente alla facoltà di Lettere, evita ogni riferimento alla retorica del novantesimo anniversario della firma dell’Armistizio.

E’ da poco passato mezzogiorno, piove a diritto e a villa Giusti del Giardino si stanno completando gli ultimi preparativi per accogliere il Presidente della Repubblica, che oggi arriverà verso le 11,30. Sarà una visita privata.

Uniche autorità ammesse al seguito dello staff del Quirinale: il presidente della giunta regionale Galan, il presidente del consiglio regionale Finozzi, il presidente della Provincia Casarin, il sindaco di Padova Zanonato, il rettore Milanesi, il prefetto Michele Lepri Gallerano e il generale Libero Lo Sardo, comandante dell’interregionale dei Carabinieri, la più alta autorità militare del Nordest.

In giardino ci saranno gli alunni delle elementari per l’alzabandiera, poi il Presidente entrerà a Villa Giusti e un drappo rosso sulla scala lo accompagnerà al primo piano, nella sala dell’Armistizio.

Con Giovanni c’è la sorella Giulia, che vive a Roma, e palesa un sincero imbarazzo a raccontare le strategie adottate per convincere Giorgio Napolitano a visitare villa Giusti: «Ho una grandissima stima del Presidente e del suo alto profilo istituzionale», dice Giulia, «egli oggi rappresenta un punto di equilibrio e una garanzia di indipendenza per tutti noi cittadini. E siamo altrettanto consapevoli che la sua visita privata assume un significato importantissimo perché riconsegna alla città e al Veneto uno dei simboli della storia d’Italia».

E mentre parla, la signora Giulia Lanfranchi, apre il tricolore della vittoria del 1918 sull’impero Austro-ungarico: è ancora intatto. Una bellissima bandiera di canapa con i colori smunti dall’usura del tempo: il verde è quasi beige ma il rosso resiste, come fosse una tela affrescata. Al centro, sullo sfondo bianco, svetta la croce con il simbolo di casa Savoia.

E della real casa torinese c’è un altro simbolo che nessuno potrà mai cancellare: la sedia con le gambe tagliate dove si accomodò re Vittorio Emanuele III dopo la firma dell’Armistizio. Ma che nessuno abbia a ironizzare sulla statura di sciaboletta: regnò per 46 anni e abbandonò la Triplice alleanza per combattere al fianco di Francia e Gran Bretagna contro l’impero Austro-Ungarico.

E in fatto di sedie con le gambe tagliate, qualche raffinato cultore di aneddoti racconta gli anni di Giovanni Leone al Quirinale e di Amintore Fanfani al Senato...

Re Vittorio Emanuele III, nella villa del conte Vettor Giusti del Giardino, che lo ospitò dal novembre 1917 al gennaio 1918, ha lasciato un altro omaggio: una statua che inneggia alle libertà, una Nike che volteggia nell’aria.

Al centro della sala, intatto come une reliquia, c’è il tavolo dove il 3 novembre 1918 fu firmato l’Armistizio tra il generale Badoglio e il generale Weber von Webenau. Si conoscevano e si stimavano e siglarono la tregua per porre fine al massacro dei soldati mandati al fronte a combattere con la baionetta. Di quelle infinite trattative resta ancora la tovaglia intrisa di macchie di vino
rosso e tazze di thè. E resta, immacolato, il tricolore che un giovane soldato issò su un pino del giardino, appena deposte le armi. Quell’abete, abbattuto da un temporale, è stato ripiantato nel 1972 dagli alpini come simbolo del trionfo della pace sul bagno di sangue: mai più l’Italia in guerra.

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