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Importavano droga, ventidue arresti

Il traffico col Sudamerica gestito da ex estremisti neri e malavitosi

VENEZIA. Usavano le tecniche di un tempo, quelle della clandestinità, quando appoggiavano e aiutavano Giusva Fioravanti, il fratello Cristiano, Francesca Mambro e gli altri, insomma i «neri» dei Nar, i rivoluzionari della destra che uccidevano giudici e poliziotti scomodi, «traditori» e mettevano a segno rapine, ma che alla fine si sono «sporcati» con la strage di Bologna.

Solo che adesso il linguaggio in codice, le tecniche di contropedinamento, gli strumenti per le bonifiche ambientali in modo da eliminare le microspie non servivano a sostenere un’idea, seppur attraverso azioni criminali, ma semplicemente a fare soldi, buona parte dei quali trasferiti in banche svizzere, trafficando almeno 15 chili per settimana di cocaina, grazie ai rapporti con la famiglia della ’ndrangheta calabrese dei Morabito.

Così, gli investigatori del Ragruppamento operativo speciale dei carabinieri, il Ros, coordinati dal pubblico ministero della Dda veneziana Paola Tonini, hanno faticato, ma alla fine sono riusciti egualmente ad «incastrarli» per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. In manette sono finiti in 22 (all’appello ne manca ancora uno) e nelle carceri di mezza Italia sono finite vecchie conoscenze non solo della malavita veneta, ma anche dell’eversione neofascista di 25 anni fa.

Il capo, quello che gli inquirenti ritengono sia colui che ha messo in piedi l’organizzazione che importava e poi piazzava la droga è il veronese Angelo Manfrin, un 64enne ancora arzillo tanto da non avere un recapito fisso, basta pensare che negli ultimi giorni i carabinieri lo hanno dovuto seguire da Verona a Sondrio, poi a Roma, quindi a Modena. Manfrin è colui che aveva preparato una rete di covi a Padova e in provincia per Giusva Fioravanti, la Mambro, Gilberto Cavallini quando si trasferirono nel Veneto alla fine del 1980 perché a Roma tirava brutta aria per loro, dopo che avevano assassinato il giudice Mario Amato.

Una delle case, quella di Baone, tra l’altro, era predisposta e già pronta per ospitare un sequestrato, progetto poi fallito perché il 5 febbraio 1981, sull’argine del canale padovano dello Scaricatore, Fioravanti venne ferito gravemente durante la sparatoria in cui morirono due carabinieri della Radiomobile, Enea Codotto e Luigi Maronese. Quello fu l’inizio della fine per i Nar: vennero arrestati tutti e poi il fratello di Giusva, Cristiano, in carcere fece il salto e si pentì raccontando tutto quello che sapeva.

Quella notte sull’argine cercavano il sacco con le loro armi: le aveva nascoste Fiorenzo Trincanato, 56enne pregiudicato trevigiano convertitosi alle idee della destra radicale e terrorista, che ha seguito Manfrin anche nelle sue imprese da narcotrafficante, tanto da essere finito in galera nuovamente anche lui nell’operazione che i Ros hanno denominato «Testuggine». Ma Trincanato, nel frattempo, non era rimasto inattivo, si era dato da fare: era entrato nella banda della Riviera del Brenta, tanto da essere stato scelto ed inserito in quel commando ristretto che nel 1994 penetrò nel carcere Due Palazzi e con un’azione clamorosa fece fuggire Felice Maniero, Antonio Pandolfo e altri detenuti.

A quell’epoca e a quei legami fa riferimento un altro degli arresti di ieri, il 49enne padovano Roberto Frigato, che tra tutti è colui che ha continuato a far militanza politica. In quel di Rovigo, infatti, lo conoscono come uno dei fondatori della Fiamma Tricolore, oltre che per i suoi trascorsi in Ordine Nuovo e per l’enoteca che gestisce nel centro del capoluogo polesano. Dei tre è Manfrin, comunque, che viene condannato alla pena più pesante in Corte d’appello a Venezia nel 1993: otto anni e quattro mesi per associazione eversiva assieme a quelli dei Nar.

Oltre agli arresti, ieri, i carabinieri hanno eseguito anche una quarantina di perquisizioni. A Roma, in casa di alcuni esponenti di un tempo dei Nar, ma anche a Varese, dove Manfrin aveva evidentemente uno dei suoi collaboratori più fidati, il 54enne Guido Colmo. In casa gli hanno trovato ben 110 mila euro in contati, presumibilmente soldi che il varesino doveva trasferire in Svizzera, visto che uno dei suoi compiti sembra essere stato proprio quello di mettere al sicuro i proventi del traffico di cocaina. Ma tornano i ricordi neofascisti anche nel varesino: quelli del Ros, infatti, hanno perquisito la casa di Rinaldo Graziani, indagato dalla Procura della città lombarda per ricostituzione del partito fascista.

Ma famoso soprattutto per il cognome che porta: il padre Clemente, infatti, è stato negli anni’ 60 assieme a Pino Rauti fondatore di «Ordine nuovo», organizzazione di estrema destra allora composta da fuoriusciti dal Msi che consideravano Giorgio Almirante troppo tiepido, e il nonno Rodolfo Graziani, maresciallo d’Italia, fu nominato da Mussolini comandante dell’esercito della Repubblica di Salò. Dunque, Manfrin e i suoi vecchi camerati hanno messo la loro vecchia esperienza eversiva a servizio del narcotraffico.

Inizialmente, quando i carabinieri intercettavano i loro colloqui non capivano: ad esempio, si davano un appuntamento per giovedì alle 18, ma nel posto stabilito quel giorno a quell’ora non arrivava nessuno. Dopo una, due e tre volte gli investigatori del Ros hanno controllato i fascicoli del 1981, quelli dove erano stati trascritti i colloqui tra Giusva Fioravanti, Manfrin e gli altri in clandestinità a Padova. A quel punto hanno capito, il codice di oggi era lo stesso di allora: al giorno e all’ora indicati nel colloquio andavano aggiunti sempre un giorno e un’ora. Così giovedì alle 18 andava interpretato per venerdì alle 19.

Nelle rete ieri sono finiti altri personaggi noti alle cronache: il milanese Antonio Colia (61 anni) è stato a lungo nella famosissima banda della Comasina, nota soprattutto per il suo capo, che era Vallanzasca, di cui Colia era uno dei più stretti collaboratori. Il 44enne padovano Maurizio Savio, invece, era stato già «pizzicato» per droga, tanto da essere condannato dal giudice di Venezia a tre anni di reclusione nel 2007. Tra le persone perquisite, infine, spunta il nome di un pregiudicato di Peschiera del Garda, Giuseppe Turrini, che in carcere si era avvicinato alle Brigate rosse, ma che non ha mai subito alcun procedimento per eversione.

«Il fatto che questa gente gravitasse nell’area della destra eversiva ci mette sull’avviso. E’ per questo che stiamo indagando - ha affermato ieri nella conferenza stampa il procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti - Al momento, comunque, siamo di fronte ad un gruppo di soggetti che operava nel campo del narcotraffico, ma è chiaro che adesso cercheremo di capire se il ricavato di questa attività fosse finalizzato anche ad un impiego di carattere eversivo. Si tratta però solo di un’ipotesi».

«Posso escludere che ci sia una ripresa eversiva, per lo meno per come l’abbiamo conosciuta in passato. Ma le indagini non sono concluse - ha aggiunto il comandante dei Ros, il generale Giampaolo Ganzer.
Il quale ha poi sottolineato che «il motivo di attenzione è proprio quello di poter escludere con l’approfondimento investigativo che vi siano risvolti di questa natura anche se il numero dei personaggi, le modalità operative e il materiale che abbiamo sequestrato impongono approfondimenti».

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