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Giustizia assente dalla campagna elettorale

C’è un grande assente nella campagna elettorale ed è la giustizia. In entrambi i partiti maggiori, ma anche tra i piccoli la situazione è più o meno la stessa, abbondano le solite petizioni di principio e mancano le idee. Tutti sono per la certezza della pena, per processi più rapidi, per una maggiore sicurezza dei cittadini, ma sul come raggiungere questi obiettivi il silenzio è assordante. Non si è sentita una sola idea nuova o una proposta originale. Ci si è accapigliati sulla opportunità o meno di presentare come candidati dei condannati, con le solite reciproche accuse di eccessi di giustizialismo o di garantismo, e senza nemmeno distinguere tra un condannato per ingiuria e un condannato per corruzione, e non si è ancora sentita una parola su come affrontare gli enormi problemi di un settore nevralgico per la vita del Paese. Sulla giustizia il Partito democratico latita. Si è alleato con Di Pietro e, probabilmente timoroso di essere accusato di voler usare strumentalmente la questione giustizia per attaccare Berlusconi, preferisce parlare d’altro. Sull’altro fronte è ancora peggio.

L’unica proposta finora è quella di istituire una corte di nomina politica per giudicare gli illeciti disciplinari dei magistrati, trovata coerente d’altronde con quella che è stata la politica giudiziaria del centrodestra durante gli anni del governo Berlusconi. All’epoca si è spacciata come riforma della giustizia una mediocre riforma dell’ordinamento giudiziario, cioè dello status dei magistrati, e si sono approvate leggi ad personam, che certo non hanno favorito la celerità dei processi. Tornato al governo, il centrosinistra si è limitato a emendare la legge «Castelli» sull’ordinamento giudiziario e non ha abrogato neppure una delle leggi che negli anni dell’opposizione aveva enfaticamente bollato come leggi vergogna.
 
Alla faccia della tanto invocata sicurezza per i cittadini, nell’estate del 2006, con un consenso bipartisan, è stato approvato un indulto che ha fatto uscire dalle carceri oltre 20.000 detenuti. L’indulto è stato motivato con l’esigenza reale di provvedere subito al drammatico problema del sovraffollamento delle carceri. Bene, ma va detto che a distanza di neppure due anni le carceri sono di nuovo piene e tra qualche tempo ci troveremo di nuovo nella stessa situazione del 2006. E allora faremo un altro indulto?
 
Oltre al problema carceri, si sente ogni giorno la litania sui milioni di processi pendenti. Vero, ma è colpa dei magistrati, come si lascia intendere? Tutte le statistiche dicono che negli ultimi anni la produttività dei giudici è notevolmente aumentata. La Corte di Cassazione, a parità di organico, emette ora il doppio delle sentenze rispetto a 10 anni fa, ma l’arretrato stenta a diminuire, dato che, per quanto si lavori, sui tavoli dei nostri Tribunali si accumulano molte più cause rispetto agli altri Paesi europei. Perché? Probabilmente perché abbiamo un numero di avvocati che è infinitamente superiore rispetto a quello di nazioni della nostra dimensione, perché le procedure arbitrali non funzionano, perché abbiamo tre gradi di giudizio per ogni controversia anche la più bagatellare, perché abbiamo circoscrizioni giudiziarie ancora disegnate durante il Regno d’Italia, perché abbiamo procedure bizantine che invece di favorire la rapidità delle decisioni servono spesso a complicare anche le cose semplici.
 
Su queste questioni si dovrebbe interrogare una politica degna di questo nome. Chi si candida a governare il Paese dovrebbe dire come intende, non dico risolvere, ma almeno affrontare le disfunzioni del pianeta giustizia. Su questo tema la campagna elettorale è stata finora estremamente deludente. Nessuno che abbia lanciato delle idee-guida per una moderna giustizia degli anni 2000, che abbia posto degli obiettivi realistici, che abbia indicato su quali forze e risorse si può contare, quanto si può spendere e a quali priorità destinare i fondi a disposizione.
 
E’ ora che sulla giustizia si apra un dibattito serio per rispondere alle attese dei cittadini, delle imprese, delle vittime dei reati, di una società civile che vuol credere nei suoi Tribunali. Possibile che la politica continui
a baloccarsi con le astratte e fastidiose dispute sul giustizialismo e il garantismo, e non presenti al Paese un programma per far uscire la giustizia dal tunnel nel quale è stata cacciata. Mi vien da pensare che non è un obiettivo che interessa ai nostri partiti, né da una parte né dall’altra.

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