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Gli avvocati: «A volte la giustizia non funziona»

Locatelli: non basta stupirsi, occorre reagire con interventi strutturali

«I mali della giustizia sono talmente noti che ai suoi ritmi lenti siamo abituati. Anche il rinvio di un’udienza civile al 2014 è accolta ormai quasi con remissione», commenta il presidente dell’Ordine degli avvocati di Padova Lorenzo Locatelli. Così la scarcerazione di un condannato per omicidio volontario (sia pure con sentenza non definitiva) «è la logica conseguenza di questa situazione». Se la macchina-giustizia funzionasse davvero e i processi fossero conclusi in tempi ragionevoli «il caso di cui stiamo parlando potrebbe soltanto essere il frutto di un errore umano».

In realtà c’è ben altro. «Nei Palazzi di giustizia ci sono dipendenti costretti a fare 30 ore di straordinari settimanali, nelle cancellerie dei tribunali manca la carta per le fotocopie o le stampanti e nelle procure o nel civile i magistrati sono scarsi di numero rispetto alla mole di lavoro. Capita addirittura che gli avvocati si trovino a pagare il dattilografo per trascrivere la sentenza. E poi mancano i fondi. Siamo di fronte ad una giustizia che fa acqua da tutte le parti - denuncia il presidente Locatelli - Allora non ci si può stupire se un processo dura anni e se una persona, condannata per reati gravi benché con sentenza non ancora passata in giudicato, viene rilasciata per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva».

L’analisi del presidente Locatelli va oltre: «È chiaro che non basta stupirsi, ma bisogna reagire. Nel nostro paese da decenni la macchina-giustizia non funziona. Ripeto, non possiamo sorprenderci se la gente è rimessa in libertà per decorrenza dei termini. Sono indispensabili interventi strutturali». Vanno colmate le falle di un sistema che è come una vecchia nave destinata a naufragare in mancanza
di riparazioni. «Quotidianamente ci troviamo di fronte a problematiche che vanno ricondotte a monte. E invece?». Il presidente Locatelli fa un esempio: «Le carceri sono piene? Si svuotano con l’indulto. Viviamo in uno stato di perenne emergenza. Più che sorprenderci, dobbiamo rattristarci».

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