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Il ritiro dall'Iraq

Mentre a Londra anche i militari chiedono ormai di lasciare l'Iraq, a Washington Bush si appresta ad annunciare un parziale ritiro delle sue truppe. Non si tratta di un radicale cambio di strategia. A poco più di un anno dalla fine del suo ultimo mandato, il presidente americano non può ignorare le pressioni del Congresso. A settembre al Campidoglio discuterà sul «che fare?» in Mesopotamia. Un passaggio politicamente delicato: i democratici sembrano aver rotto gli indugi che li hanno sin qui paralizzati nel timore di apparire poco patriottici. E, con la stessa Hillary Clinton, probabile candidata alla corsa presidenziale che toglie così a Barack Obama un ulteriore cavallo di battaglia, presenteranno una mozione che chiede il completo ritiro delle truppe entro il 2008. Bush metterebbe il veto a un simile provvedimento ma, nel timore di perdere anche la Casa Bianca, il partito repubblicano vorrebbe evitare un simile esito. Così come il fatto che la prossima campagna elettorale sia monopolizzata dall'impopolare, e incompiuta, missione irachena. Così, nel tentativo di sterilizzare l'offensiva parlamentare senza rinnegare del tutto la sua politica, Bush darà il via libera a un ritiro «graduale».

Il presidente intende motivare la scelta con i «progressi» sul campo realizzatisi sotto la gestione del generale Petraeus. Il comandante delle truppe in Iraq presenterà proprio a settembre un rapporto sulla situazione, che dà conto di questi miglioramenti. Ed è in base a questo rapporto che Bush chiederà al Congresso di non votare il ritiro completo. Adducendo, come ha fatto in questi giorni, la motivazione che, a livello locale, le cose sembrano andare meglio: le città sono più sicure e gli attacchi alle truppe sono diminuiti. Anche se egli stesso ammette che è il quadro politico complessivo a preoccupare.

Tantopiù nel momento in cui i sunniti, oggetto negli ultimi due anni di una difficile e tardiva strategia di recupero, hanno lasciato il governo. La compagine è ora nuovamente formata da sciiti e curdi, i gruppi etnici e religiosi che hanno «vinto» la guerra. Importanti aree del paese continuano a essere fuori controllo.
I quaidisti proseguono la jihad contro gli americani e i loro alleati locali; oltre alle sanguinose operazioni di pulizia etnica-religiosa, che nei giorni scorsi sono costate alla comunità yazide oltre quattrocento vittime e nei prossimi mesi potrebbero scatenarsi contro i cristiani.

Su tutto aleggia il ritorno dell'ipotesi di spartizione dell'Iraq in tre zone omogenee, etnicamente e religiosamente. Prospettiva fintamente federale, che comporta uno spostamento di popolazioni non certo indolore e il rischio di una guerra civile che farebbe impallidire gli scontri di questi anni. Destinata a ridisegnare non solo la geografia del Paese ma gli interi equilibri geopolitici mediorientali.
Quanto all'Iran, nessuna soluzione politica a Baghdad è ormai possibile senza il suo coinvolgimento. Un nodo che, in riva al Potomac, non si è ancora deciso come sciogliere. Bush oscilla, infatti, tra le spinte dure dell'ala di Cheney e quelle, più morbide, del Dipartimento di stato. Il risultato è una politica contraddittoria: gli Usa aprono con gli iraniani colloqui sull'Iraq, ma poi annunciano che, forse, metteranno i Pasdaran nella black list del terrore. Una scelta non proprio irrilevante, dal momento che i Guardiani della rivoluzione non sono un gruppuscolo finanziato da Teheran, ma il nocciolo duro del potere politico e militare del regime degli ayatollah.

Insomma, in questo fine mandato, Bush pare solo cercare di guadagnare tempo. La tentazione è quella di lasciare ai prossimi inquilini della Casa Bianca la gravosa eredità irachena. Delegando, nel frattempo, agli alleati arabi, oltre che a Israele, la politica di contenimento dell'Iran, nuovo paradigma dell'amministrazione.
Un impasse rivelato dalla stessa decisione di «rinvigorire», attraverso forniture militari, Egitto, Arabia Saudita e i Paesi del Golfo nei quali vi sono consistenti minoranze sciite. La scelta di riarmare quei Paesi in funzione anti-iraniana mira ad attutire i contraccolpi della guerra in Iraq. Nel vano tentativo di riportare tutto a prima del 2003.
Il riarmo arabo rimette in campo la vecchia strategia del contenimento di potenze ostili attraverso la riedizione di alleanze regionali. Prospettiva che la dottrina strategica del 2002, manifesto
politico e militare dell'amministrazione, aveva mandato in soffitta. Accantonati gli astratti furori «neocon», Bush tenta, dunque, di riprendere il gioco dell'oca mediorientale e tornare alla casella prima dell'Iraq. Peccato che nell'ultimo giro, durato sei anni, i dadi siano passati di mano.

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