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«Chiudere la domenica uguale licenziare»

Paul Klotz, presidente di Despar: «Abbiamo contratti straordinari di assunzione calibrati proprio sui giorni festivi»



Il Governo è pronto a rivoluzionare il commercio domenicale e festivo, puntando dritto ad una drastica riduzione delle aperture. Ma i responsabili della Grande distribuzione ricordano che la domenica è tra i giorni di maggiore affluenza e che chiudere significherebbe licenziare. Uno spettro che spaventa anche i lavoratori.



«La domenica è la seconda giornata della settimana per giro d’affari», conferma Paul Klotz, presidente Despar Italia. «Significa che il consumatore gradisce questo servizio ...

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Il Governo è pronto a rivoluzionare il commercio domenicale e festivo, puntando dritto ad una drastica riduzione delle aperture. Ma i responsabili della Grande distribuzione ricordano che la domenica è tra i giorni di maggiore affluenza e che chiudere significherebbe licenziare. Uno spettro che spaventa anche i lavoratori.



«La domenica è la seconda giornata della settimana per giro d’affari», conferma Paul Klotz, presidente Despar Italia. «Significa che il consumatore gradisce questo servizio. Non ci sono problemi con il personale perché noi abbiamo contratti straordinari di assunzione calibrati proprio sulle domeniche. Questi lavoratori non avrebbero più un lavoro. Rischieremmo di lasciare a casa o di ridurre gli orari di lavoro da full-time in part-time. In una trattativa bisogna cercare il buon senso e ascoltare tutti. A cominciare dai cittadini che scelgono di fare la spesa la domenica. Siamo disponibili a trovare un accordo: chiusura delle festività, per esempio, e qualche domenica. Ma passare da liberalizzazione totale a blocco totale è drammatico».

Klotz entra nello specifico: «Aspettiamo la proposta definitiva prima di esprimerci, tuttavia questa decisione comporta numerosi interrogativi: se fossero le Regioni a decidere le domeniche aperte, in Veneto rischieremmo il turismo domenicale verso le regioni confinanti, come Friuli Venezia Giulia ed Emilia. E ancora: partirebbe una “gara” per candidarsi a luoghi turistici. Sembra un po’ miope: se si fa una legge, la si fa nazionale. Rischiamo un passo indietro di almeno dieci anni. Sarebbe più utile fare un anno di prova e vedere come reagisce il commercio».



La preferenza dei consumatori sulla spesa la domenica è confermata anche da un gruppo che da sempre si dice contrario a questa pratica: Alì. «Restiamo favorevoli alle domeniche chiuse», sottolineano dalla famiglia Canella. «Noi non apriamo il 30% dei nostri punti vendita e quelli che lavorano sono una risposta alla concorrenza. Malgrado il consumatore si sia ormai abituato a questa possibilità spalmando gli acquisti su 7 giorni e confermando la domenica come secondo giorno di frequenza».



Al polo opposto della Grande distribuzione ci sono le Associazioni di categoria: Ascom e Confesercenti. Esulta Nicola Rossi: «Otto domeniche (quelle di dicembre e altre 4 domeniche o festività durante l’anno) è quanto prevede la nuova proposta di legge. Se approvata, vi sarebbe l’abrogazione della totale deregolamentazione degli orari e giorni di aperture introdotta dal Governo Monti nel 2012. Il nuovo testo reintrodurrebbe quindi la chiusura domenicale obbligatoria e affiderebbe a Comuni e Regioni il compito di determinare il nuovo quadro delle regole. Dovevano dare una spinta ai consumi, mentre le vendite del commercio al dettaglio sono state inferiori rispetto all’ultimo anno prima della liberalizzazione. Anzi, i consumi sono fermi da 7 anni. Va peggio per l’occupazione: a Padova, rispetto al 2012, si sono persi almeno 1800 posti di lavoro a causa delle chiusure di imprese nel commercio».

«Ma attenzione» aggiunge Patrizio Bertin, di Ascom «per evitare gli errori del passato l’esame parlamentare dei disegni di legge deve essere condiviso con le nostre organizzazioni». —