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Voci misteriose fanno ritrovare le spoglie perdute di San Fidenzio

Il 18 marzo 981 il vescovo Gauslino intitola il santuario sorto su un territorio già abitato da paleoveneti e romani

FRANCESCO JORI

Non è da tutti, né di tutti i giorni, poter vantare come credenziale la presenza sia pure in spirito, di un vescovo: soprattutto se questo è pure santo, e per giunta uno di quelli di serie A. Tutto comincia nel 964, quando il vescovo di Padova Gauslino Transalgardo decide di trasferire altrove i resti del corpo del santo, portati tre secoli prima a Polverara dal suo predecessore, profugo con buona parte della popolazione da Malamocco in seguito alla calata dei longobardi. .



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FRANCESCO JORI

Non è da tutti, né di tutti i giorni, poter vantare come credenziale la presenza sia pure in spirito, di un vescovo: soprattutto se questo è pure santo, e per giunta uno di quelli di serie A. Tutto comincia nel 964, quando il vescovo di Padova Gauslino Transalgardo decide di trasferire altrove i resti del corpo del santo, portati tre secoli prima a Polverara dal suo predecessore, profugo con buona parte della popolazione da Malamocco in seguito alla calata dei longobardi. .



E come fa Gauslino a sapere che si trovano proprio lì? Qui subentra una leggenda metropolitana dell’epoca, in base alla quale due contadini si presentano da lui spiegando di aver sentito, mentre stanno lavorando nei campi, una voce misteriosa che spiega loro che a Polverara è custodito un corpo santo, in un’arca di pietra. Gauslino va, scopre le spoglie e ordina che siano poste su una barca per trasportarle a Padova nella basilica di Santa Giustina. Ma durante il viaggio i suoi conducenti si addormentano e l’imbarcazione va alla deriva fino al porto di Este: dove la reliquia viene trasferita su un carro trainato da buoi, i quali peraltro si impiantano giusto davanti a una chiesetta intitolata a San Tommaso, a Megliadino.

Sta di fatto che da allora il paese aggiunge al proprio nome la dizione di San Fidenzio, cui la chiesa viene intitolata durante una solenne cerimonia presieduta dallo stesso Gauslino il 18 marzo 981



In realtà il nucleo abitato ha radici molto più remote: scavi recenti hanno portato alla luce un villaggio paleoveneto del VI secolo avanti Cristo con annessa necropoli. Quando subentrano i romani, vi fanno costruire diverse ville; successivamente ci sono tracce di un consistente insediamento longobardo. Queste presenze si spiegano anche con la posizione del paese, all’epoca posto lungo il corso dell’Adige prima che il fiume si trasferisca in altra sede a seguito della rovinosa rotta della Cucca nel 589 dopo Cristo.

Inoltre, in epoca romana passa per di qui l’importante strada Emilia-Altinate, uno degli assi infrastrutturali strategici dell’impero, e che in zona segue il tracciato più o meno dell’attuale statale 10, la Padana inferiore. Allora, e per secoli, Megliadino è unica, con un ampio territorio comunale: Megliadino San Vitale diventerà autonoma solamente nel 1839. In epoca longobarda, il comune rientra nella Sculdascia, sorta di ripartizione politico-amministrativa. Passato alla casa d’Este, il Comune si costituisce in forma autonoma verso la metà del Duecento, pur dipendendo da Padova. Subisce due pesanti devastazioni prima a opera di Ezzelino poi degli Scaligeri, e nell’agosto 1405 aderisce spontaneamente alla Serenissima.



La Repubblica garantisce una pace durevole e anche una significativa sistemazione idraulica di un territorio dissestato: nell’ottobre 1549, in particolare, per migliorare le condizioni agricole della zona promuove la nascita del Vampadore e del Gorzòn, in assoluto i primi consorzi dell’intero territorio padovano. Ne beneficia in particolare la coltura della canapa (prodotto prezioso per il cantiere dell’Arsenale), che diventa la principale fonte di reddito della zona.

Ma Venezia non riesce a garantire altrettanto bene ordine e disciplina: dal 1400 al 1550, numerose bande di ladri e briganti stabiliscono proprio a Megliadino il loro quartier generale; al punto che Marcantonio Memmio, podestà di Padova, segnala sconfortato in un rapporto al doge che “queste terre trovansi ancora in un malissimo stato per la tirannide dei banditi”. —

(50, continua)