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I venti miseri campi che bastano appena a una famiglia Sono l’antico manso

La porzione di terreno strappato alle acque con la bonifica dona il nome al comune legato ai capricci di Adige e Fratta

francesco jori

Ci sono territori su cui l’urbanista che tesse il disegno di un insediamento può sbizzarrirsi, e altri invece dove la trama è obbligata dalla natura stessa dei luoghi. Così è per Masi, di cui colpisce a prima vista la tipica disposizione a scacchiera, tale da ricordare un esempio geograficamente vicino come Villafranca, nella Bassa veronese. Ma anche il nome del paese in questo caso aiuta a integrare la chiave di lettura: perché il termine Masi deriva probabilmente dalla parola ...

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francesco jori

Ci sono territori su cui l’urbanista che tesse il disegno di un insediamento può sbizzarrirsi, e altri invece dove la trama è obbligata dalla natura stessa dei luoghi. Così è per Masi, di cui colpisce a prima vista la tipica disposizione a scacchiera, tale da ricordare un esempio geograficamente vicino come Villafranca, nella Bassa veronese. Ma anche il nome del paese in questo caso aiuta a integrare la chiave di lettura: perché il termine Masi deriva probabilmente dalla parola “manso”, che stava ad indicare una particolare unità di misura agraria.



Con essa infatti si designava un lotto di terra dell’estensione di una ventina di campi padovani: abitudine in vigore in epoca medioevale, quando la colonizzazione dei terreni aveva a che fare con la bonifica dei suoli, per renderli produttivi e quindi fornire di che vivere alle famiglie della zona, ma soprattutto ad impinguare i profitti dei proprietari terrieri, sia nobili che religiosi.

Il problema della manodopera, a differenza dell’attuale Nordest, proprio non esisteva: intere famiglie si rendevano disponibili in cambio di qualcosa che garantisse un minimo di sostentamento. Così a ciascuna di esse veniva assegnato un “manso” di terra, col vincolo di coltivarla girando la maggior parte delle rendite ai proprietari, e tenendo per sé quello che bastava per unire un (magro) pranzo ad una (magra) cena; a volte nemmeno quello.



Un’impresa da sesto grado, a quei tempi. Nel 589, la disastrosa rotta dell’Adige, passata alla storia come la rotta della Cucca, addirittura sposta a sud il corso del fiume, e allaga un’enorme estensione di terra, dominata ancora secoli dopo da paludi malariche. L’opera di bonifica destinata a durare per qualche secolo, per quanto riguarda Masi, prende le mosse a sud, grosso modo dall’Adige e risalendo verso nord fino al Fratta (detto dalla gente del posto in passato “la rabiòsa” per le sue piene improvvise e devastanti), secondo una linea retta che verrà chiamata Via Nuova, e passando a fianco del complesso noto come fattoria di San Felice, fatta costruire dalla famiglia Grimani, accanto alla quale c’è tuttora una chiesetta dedicata alla Beata Vergine, eretta a fine Seicento.

Ma di tracce del genere, a Masi e dintorni, se ne possono trovare anche altre: come la via delle Colombare o quella del Rosignolo, anch’esse direttrici di lavori di bonifica.

Quanto all’ingresso ufficiale del comune nella storia scritta, avviene nel 952, con un documento nel quale Ugo di Provenza autorizza Almerigo, esponente dei conti di Este, a fare dono di una serie di territori della zona alla fiorente abbazia della Vangadizza, di Badia Polesine: centro quest’ultimo di là dall’Adige, e al quale oggi Masi è collegata grazie all’imponente ponte da poco ristrutturato con l’aggiunta di piste ciclabili, al posto dei due precedenti, il primo in legno distrutto dalla rotta dell’Adige del 1882, e il secondo in ferro. Danneggiato dalla guerra.



Ma a far fiorire la piccola comunità locale è la presenza, risalente al XII secolo, di un gruppo di frati che vi erigono una chiesa-convento, destinata poi a diventare la parrocchiale del paese, distrutta dalle bombe nella fase finale della seconda guerra mondiale.

Attraverso i secoli, il paese è vissuto soprattutto di agricoltura e di pesca. Ma vanno anche ricordate le grandi chiatte un tempo ancorate alla riva dell’Adige e su cui erano installate delle baracche macinanti, in pratica dei piccoli mulini galleggianti: manufatti in cui si specializza per generazioni la famiglia Previero, originaria di Masi. —

(48, continua)