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Biciclettata nel Padovano per dire sì al disarmo nucleare, l'appello di don Bizzotto

Partita da Bagnoli l’iniziativa dei Beati costruttori di pace arriverà giovedì ad Aviano. Partecipano anche un profugo e un giovane musulmano



PADOVA. L’erba alta nasconde i segni della guerra fredda nella vecchia base di lancio di San Siro, un’ampia area immersa nella campagna di Bagnoli, ad un paio di chilometri dall’ex caserma dell’Aeronautica militare, dove oggi sono ospitati circa 250 migranti.

Non è un caso che i “Beati i costruttori di Pace” abbiamo voluto partire proprio da qui per “Pace in bici”, la pedalata per il disarmo nucleare nei 4 giorni che separano l’anniversario della tragedia atomica a Hiroshima e Nagasaki.



Ieri a ...

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PADOVA. L’erba alta nasconde i segni della guerra fredda nella vecchia base di lancio di San Siro, un’ampia area immersa nella campagna di Bagnoli, ad un paio di chilometri dall’ex caserma dell’Aeronautica militare, dove oggi sono ospitati circa 250 migranti.

Non è un caso che i “Beati i costruttori di Pace” abbiamo voluto partire proprio da qui per “Pace in bici”, la pedalata per il disarmo nucleare nei 4 giorni che separano l’anniversario della tragedia atomica a Hiroshima e Nagasaki.



Ieri alle 8.15, l’ora in cui venne sganciata la prima bomba atomica sul Giappone, dal piazzale dell’ex base di lancio di San Siro l’associazione ha organizzato una breve commemorazione e dato il via alla pedalata di 4 giorni tra Veneto e Friuli, fino ad Aviano, giovedì, anniversario della distruzione di Nagasaki. Prima di imboccare la strada per il Piovese venti ciclisti hanno aperto la pedalata girando proprio nell’area dell’ex base missilistica.



A guidare il corteo è don Albino Bizzotto che ha rinnovato l’appello per il disarmo nucleare e per una cultura della pace e ha invitato a superare anche le divisioni e le difficoltà di oggi. «Oggi il nostro è un mondo pieno di vittime», ricorda, «eppure questo sembra interessare a pochi, esattamente come successe in Giappone dopo lo scoppio delle bombe atomiche. I sopravvissuti, “gli hibakusha”, furono emarginati finché reagirono e da vittime sono diventati testimoni».



Domenica sera don Albino e alcuni volontari hanno varcato l’ingresso del centro di accoglienza e parlato con i migranti. Ieri mattina era presente uno di loro, il giovane Abulai, scappato dal Mali un anno e due mesi fa e da allora in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato.

Ha accolto l’invito di don Bizzotto anche un rappresentante della comunità mussulmana, Mohamed El Bouhali, del gruppo giovani della moschea di San Siro: «Come comunità musulmana ci sentiamo in dovere di partecipare. Siamo contro qualsiasi tipo di guerra sociale e politica che fomenta l’odio. Mano nella mano si fanno tanti passi avanti. Cerchiamo una soluzione anche per i migranti in attesa». —