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Al posto del castello distrutto sorge la villa del benefattori Lando

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Oggi non c’è più traccia, dell’antico castello di Lozzo Atestino, perché sui suoi resti durante il dominio della Serenissima i Lando costruiscono una villa fin dal Cinquecento, alta tre piani con grande barchessa, immersa in un ampio parco: quella che ancor oggi si può vedere all’ingresso del paese, di fronte al ponte sul canale Bisatto. Ancora nel Novecento la barchessa viene utilizzata come centro di raccolta dei bozzoli dei bachi da seta e come filanda. Ai Lando va anche attri ...

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Oggi non c’è più traccia, dell’antico castello di Lozzo Atestino, perché sui suoi resti durante il dominio della Serenissima i Lando costruiscono una villa fin dal Cinquecento, alta tre piani con grande barchessa, immersa in un ampio parco: quella che ancor oggi si può vedere all’ingresso del paese, di fronte al ponte sul canale Bisatto. Ancora nel Novecento la barchessa viene utilizzata come centro di raccolta dei bozzoli dei bachi da seta e come filanda. Ai Lando va anche attribuito un ruolo di sponsor di primo piano della chiesa locale: nel 1515 fanno ingrandire la parrocchiale di Lozzo, e poco dopo fanno costruire un oratorio a Valbona, intitolandolo a San Rocco, patrono della frazione; oggi è adibito ad auditorium.

Anche altre famiglie veneziane arrivano in zona, attratte dalla bellezza dei luoghi: i Correr, i Basadonna, i Sagredo. E pure i padri Armeni con casa-madre in laguna decidono di acquistare dei terreni. Queste presenze si traducono in un significativo beneficio per il paese, il cui territorio usufruisce di ampi interventi di bonifica e regolamentazione delle acque; si intensifica così la produzione agricola, decolla anche un’attività di lavorazione della canapa e del lino.

Ma con la fine della Serenissima, Lozzo come quasi tutta la zona scivola in un impoverimento progressivo, pagando un durissimo scotto all’emigrazione che a fine Ottocento dissangua il Veneto. Sono molti quelli che partono per il Sudamerica; tra loro Lorenzo Trevisan, classe 1848, con sua moglie Rosa Franzosa e i quattro figli Silvia, Ortensia, Attilio e Pompilio, diretti in Brasile. Un esodo, il loro, che lascia una traccia fino al presente: nel dicembre 2006, in un blog di cui sono protagonisti i discendenti dei nostri emigranti, Valda, nipote di Attilio, manda un messaggio da Parassununga, nello stato di San Paolo in Brasile, per avere notizie su membri della famiglia ancora residenti a Lozzo.

Nel secondo dopoguerra, specie negli anni Cinquanta, c’è un’altra ondata migratoria dovuta alla crisi economica che ha causato tra l’altro la chiusura delle due uniche fonti di occupazione in zona, la filanda e la cava di trachite.

Poi, dagli anni Settanta, c’è una lenta ripresa che si consolida soprattutto attorno all’agricoltura. —